Sorry, we missed you

di Giordano Di Fiore

Ho sempre amato l’epica di Ken Loach, pertanto mi sono approcciato a Sorry we missed you un po’ come ci si approccia ad una canzone di Paolo Pietrangeli o degli Stormy Six. E invece ne sono stato travolto.

Sorry we missed you non è un film epico: è un film ultra-contemporaneo, sotto tutti gli aspetti, stilistico, narrativo, tecnico.

La prima considerazione è la seguente: solo un regista del 1936 può avere l’adeguata lucidità per analizzare la società contemporanea. E’ un regista cresciuto con i parametri del marxismo, un tempo piuttosto in voga, poi totalmente dismessi, del tutto utili per leggere il mondo con una certa coerenza.

La seconda considerazione è che la congiuntura storica non si addice all’epica. L’estrema parcellizzazione dei rapporti economici e di forza, in ultima analisi di tutti i rapporti umani, rende impossibile una visione di classe. Pertanto è altrettanto impossibile l’epica della lotta: si può solamente stare a guardare, e vedere cosa succede. Questa, in fondo, è la verosimile tesi esposta nel film.

La terza considerazione è che la parcellizzazione dei rapporti economici, di forza ed umani, ovvero l’attuale organizzazione della società, si fonda su codici linguistici ben delineati (su Asilo ne abbiamo parlato spesso: l’uso indiscriminato di una terminologia “smart” per nascondere e rendere inespugnabili i rapporti di forza) e sull’ausilio di strumenti digitali, primo fra tutti lo smartphone (non a caso, smart), oggetto su cui ruotano tutte le vicende del film.

Date alcune linee guida, è ora il caso di introdurre alcune specifiche: il film è ambientato a Newcastle, ed i soggetti sono WASP. Parliamo, cioè, del mondo dei penultimi abbozzato da Federico Rampini. Il mondo dei brexiteers e dei gilet jaune. Anche se, in questo film, non si parla, apertamente, di politica. E’ il mondo che in Italia chiameremmo delle partite iva. In cui il lavoro autonomo diventa un’ulteriore espressione smart per occultare un neo-schiavismo di ritorno per le classi lavoratrici popolari.

In estrema sintesi, la trama: Rick, sobbissato dai debiti, a causa della recente crisi economica internazionale, sceglie di avventurarsi nel durissimo mondo della logistica 2.0. Padroncino con furgone a noleggio, costretto a lavorare 14 ore al giorno, senza avere nemmeno il tempo per pisciare, con l’illusione di migliorare le proprie condizioni di vita, e dietro la minaccia di continue penali capestro. Abby, la moglie, assistente sanitaria a domicilio, anche lei inquadrata in una lunga catena di cooperative di sub-appalto, altrettanto costretta a turni e spostamenti micidiali, se non altro, però, ripagata dall’umanità dei suoi “clienti”.

I figli, sensibili, e vittime dell’estrema situazione economica e lavorativa, che finiscono destabilizzati, in un clima di crescente tensione, e senza via d’uscita.

Non racconterò nient’altro: aggiungo alcuni affreschi, per evidenziare meglio l’analisi del regista.

L’unico accenno diretto alla lotta di classe è quando una anziana signora disabile mostra alla co-protagonista Abbie alcune foto di lei giovane, durante gli scioperi di fabbrica del 1984. In questo modo, Loach riesce a dare la rappresentazione di un mondo lontanissimo, quasi una eco di un remoto pianeta.

L’unica forma di protesta visibile nell’estrema disgregazione attuale è rappresentata dai graffiti di Seb, il figlio di Rick ed Abbie. Graffiti dal contenuto totalmente estetico, se vogliamo, ma importanti come gesto di rottura e di identificazione giovanile (quasi fossimo tornati agli anni ’50).

Il girato è tutto giocato su primi piani e dettagli, come, ad esempio, le mani. Per accrescere il senso di claustrofobia, di tensione, ma, appunto, di una disarticolazione così totale che si può vivere solo di dettagli, di sfumature.

Ultimo appunto, dicevamo, lo smartphone. Il telefono è il principale bene di consumo trasportato da Abby con il suo furgone. E’ il principale strumento di comunicazione all’interno della famiglia, dato che i ritmi lavorativi non consentono altre formule. Quando Rick, il padre, decide di punire Seb, il figlio, lo fa sottraendogli il telefono. Con estrema lucidità, Abbie, la madre, convince alla restituzione. In quanto, nel telefono, oggi, è racchiusa l’intera esistenza di una persona, in particolare di un adolescente. Negare lo smartphone diventa negazione della vita stessa. Per gli smartphone presenti sul furgone, Rick verrà picchiato a sangue e rapinato. Episodio che porterà al tragico epilogo del film.

Segnalo anche l’importante dialogo tra Rick ed il suo capo-servizio, in cui quest’ultimo spiega molto bene come la società post-industriale e globalizzata di Amazon e Zara punti tutto sull’efficienza nella logistica. E’ il sale del capitalismo: creare bisogni fittizi, per mantenere un sistema di commercio che, altrimenti, sarebbe già imploso.

Concludo, sperando di avervi lasciato sufficiente curiosità nel vedere il lungometraggio, con una quarta considerazione: Sorry we missed you è un film comunista, ed è un film sovranista.

Ken Loach non è diventato seguace di Dugin, giammai. Intendo, con questo, che il regista riesce ad entrare nelle pieghe oscure della globalizzazione, scegliendo, in continuità con la sua storia, di focalizzarsi sulle classi marginalizzate dell’Inghilterra periferica, quella lontana dai fasti di Londra. Quell’Inghilterra che, appunto, ha votato Brexit come estremo tentativo di difendere diritti sempre più precari.

E che, in Italia, ha votato e voterà sempre di più Matteo Salvini, come estremo tentativo di non scomparire completamente dai radar degli ottimisti del progresso.