L’Ossessione occidentale per la demografia: storia di un OSSIMORO

di Giordano Di Fiore

Non si tratta di essere malthusiani. Si tratta semplicemente di guardare alla vita (ed alla morte) con un po’ di buon senso.

Il punto di partenza, direi, il presupposto è inconfutabile: citando un famoso film di Troisi, ricordiamoci che dobbiamo morire.

Partendo da questo assunto, il mondo occidentale ha ingaggiato una scommessa con il Padreterno: rendere l’uomo immortale.

Un mix di più fattori, quali progresso medico-scientifico, aumento del tenore di vita, miglioramento delle condizioni igieniche ed alimentari non hanno senz’altro vinto la scommessa con il buon Dio, ma, nel giro di non troppo tempo, ci hanno regalato, statisticamente, una buona manciata di anni bonus.

Se andiamo a controllare le serie storiche sulla demografia nel mondo occidentale, ci accorgiamo di come, in poco più di un secolo, le condizioni siano radicalmente mutate (anche grazie alla radicale diminuzione della mortalità infantile).

Noi siamo tutti contenti, per carità! Già Brassens e De Andrè, nella celeberrima Morire delle Idee, con grande sagacia cantavano “Morire per delle idee, sì, ma di morte lenta“.

Eppure, di progresso in progresso, siamo arrivati ad un paradosso: la vita si è allungata e la natalità è crollata.

Come se ci fosse una legge del contrappasso, come se, appunto, il buon Dio ci volesse segnalare che, infine, decide lui e soltanto lui le regole della vita e della morte.

Si discute in tutto il mondo occidentale del crollo della natalità: è un fatto gravissimo! Chi pagherà le pensioni ed il sistema sanitario, in un mondo di soli vecchi centenari?

Ed anche nazioni molto all’avanguardia, come la Francia, sulle politiche di natalità registrano inesorabilmente una flessione.

Ecco perché si affacciano con sempre maggiore insistenza le teorie bislacche sulla sostituzione etnica. Ma pensate che persino i migranti, una volta giunti in occidente, si adeguano alle statistiche e cominciano a fare meno figli.

Per restare in Italia, proprio in questi giorni sono in discussione interessanti progetti di legge per dare uno scossone positivo alla demografia (es. Family Act).

Tuttavia, con tutte le leggi del mondo, mi sembra si voglia sfuggire ad un punto: sembra esistere una correlazione – ecco il paradosso – tra l’allungamento della vita ed il crollo della natalità. Ovvero, non sono fenomeni indipendenti tra di loro, ma, appunto, conseguenti.

L’allungamento della vita, infatti, causa inevitabilmente delle profonde modifiche culturali. Diciamo, per farla semplice, che se tu sai di crepare a 60 anni, al massimo, cerchi di bruciare velocemente un po’ di tappe. Non hai troppo tempo per pensare: ti sposi, fai figli, piuttosto velocemente.

Con l’allungamento della vita a 100 anni, le tappe si rarefanno: l’adolescenza si protrae fino ai 40 anni, e poi, quando si cerca di “rimettersi in riga”, si è ormai troppo vecchi. Perché, nel frattempo, il corpo umano fa comunque il suo corso, tra ormoni, acciacchi, ed energie che si riducono. E dunque, alla fine, al progetto di riproduzione si finisce con il rinunciare. Oppure, che so, si fa al massimo un figlio solo. Che è faticoso concepire un figlio a 50 anni, sotto tutti i punti di vista.

Pertanto, i casi sono due: o il progresso scientifico, in una logica sempre più orwelliana, riuscirà a renderci giovanissimi fino a 60 anni, consentendoci di fare ben più tardi quello che prima si faceva a 20 anni (i figli), oppure si dovrà tornare a..morire prima!

Anni e anni di prevenzione, battaglie contro il junk food, il fumo, il colesterolo, i grassi, lo smog, l’inquinamento, le onde elettromagnetiche, il sesso promiscuo, le cinture di sicurezza, per arrivare a scoprire che la “morte lenta” brassensiana sta mettendo in ginocchio il sistema.

Nel dubbio, facciamoci una pensione integrativa!