di Cristina Arduini

Eravamo rigorosissime. Esattamente alle 12.15 smettevamo di studiare, ci ritrovavamo in cucina, ci preparavamo qualcosa di veloce, tipo pomodori e mozzarella, apparecchiavamo la tavola in sala, una di fronte all’altra, ed in mezzo la RADIO. Che poi era una delle nuove radio, non quelle, enormi, che troneggiavano nelle case, ma una, come si diceva allora, a transistor, a cubo, rossa ma difficile da sintonizzare.

Annunci

di Cristina Arduini

Buon Natale a tutti quelli che non amano nessuno, perché il mondo non è loro, anche se, in questo momento, vanno per la maggiore;

Buon Natale a chi inventa bufale sul web per fare soldi facili;

Buon Natale a chi ci casca.. nelle bufale sul web;

Buon Natale ai rivoluzionari da tastiera, che, ben al caldo a casa loro, fanno le rivoluzioni virtuali;

di Massimo Mascheroni | ODRZ
Negli anni in cui non esistevano internet e annessi (smartphone e applicazioni varie), uno dei sistemi per comunicare era la lettera cartacea.
Io e Robertone, uno dei quattro moschettieri dell’estate al mare (vedasi Comunicato n.9), instaurammo una fitta corrispondenza, che durò qualche anno.
Con la stessa logica che caratterizzava le nostre vacanze, le lettere erano una sorta di mondo parallelo musicale, fuori da ogni logica.
Il tratto distintivo era lo sberleffo al limite della demenza totale, ed il nonsense elevato a scrittura.

di Massimo MascheroniODRZ

Ho già avuto modo di parlare del Teatro Uomo, che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ospitò parecchi concerti e, in generale, eventi musicali.

Dopo la disavventura con i Gaznevada, del manipolo di amici che invitai a venire a vedere gli Skiantos, uno degli altri gruppi in cartellone nella stessa rassegna, solo uno accettò di accompagnarmi. Nessuno si fidava più, non tanto di me e delle mie scelte musicali, quanto della bontà della proposta in generale.

Dedicato a tutti coloro si apprestano a iniziare il nuovo anno scolastico.

di Massimo Mascheroni | ODRZ

Alcune cose da evitare durante le lezioni:

Prendere il sole alla finestra. Un mio compagno di classe, tale Medaglia (il nome non lo ricordo), spesso, arrivava con la crema abbronzante, posizionava la sedia rivolta verso una delle finestre che c’erano in classe e, con assoluto distacco verso tutto e tutti, si metteva a torso nudo, si spalmava la crema e, come se fosse in spiaggia, prendeva il sole.

un racconto di Giordano Di Fiore

Sangue, sangue, ancora sangue. Dalla finestra della stazione meteorologica di Caleb-Athan, dove ci siamo rifugiati per sfuggire alle bombe ed agli attentati, non si riesce a distinguere più nulla.

Soltanto un gran polverone, e l’odore acre del sangue rappreso, che prende allo stomaco, senza possibilità di soluzione: siamo qua da tre mesi, e non mi riesco ancora ad abituare.

di Massimo Mascheroni | ODRZ

Agli inizi degli anni ’80, ero solito trascorrere le vacanze estive, al mare, sulla riviera ligure di ponente, insieme ad altri tre disperati. Eravamo i quattro moschettieri.

Io, all’epoca unico patentato, con in dotazione una Autobianchi A112 color caffellatte di proprietà di mio padre, Sergio, il bello della compagnia, attratto in egual misura da musica diversa, demenzialità varie e ragazze, Roberto, detto Robertone, di qualche anno più giovane di me, ma grande e grosso il doppio, Paolo, il più giovane, che noi chiamavamo Fantozzi, non perché assomigliasse a Paolo Villaggio (in realtà era il sosia sputato di Dustin Hoffman), ma perché di cognome faceva, appunto, Fantozzi.

di Massimo Mascheroni |ODRZ

Accanto alla passione per la musica, da ragazzi amavano passare le serate giocando a calcio, o come si usava dire allora, a pallone.

Il terreno di gioco delle nostre rocambolesche partite, da noi affettuosamente denominate “a porticine”, volendo indicare le dimensioni ultra ridotte delle porte, era quasi sempre il TQ, un piccolo parco in Piazzale Cuoco con un campo multifunzionale di pallacanestro e pallavolo all’aperto.

di Massimo Mascheroni |ODRZ

Nel 1985, a seguito di una clamorosa nevicata, l’avveniristico Palasport (quella struttura che alcuni affettuosamente chiamavano l’ottovolante) crollò miseramente.

Il comune di Milano si affrettò a trovare una soluzione allestendo un grande teatro tenda che negli anni diventò una struttura fissa con sponsor di vario genere.

Da Trussardi (e quindi PalaTrussardi) a Vobis (PalaVobis), e via elencando.

Per un certo periodo, in mancanza di sponsor, la struttura si chiamò, con un colpo di genio, Pala. E basta. Bellissimo nome in effetti.

di Gianmarco Cravero

Che invidia. E che rabbia. Verso di me naturalmente: non riesco, ahimè, a staccarmi, isolarmi da tutta la “miseria” intellettuale, politica e sopratutto economica che sta inquinando la nostra vita. E sopratutto adesso, in questi giorni commemorativi che, per la loro connotazione, più mi sono cari.