di Massimo Mascheroni

L’estate del 1980 sulla riviera ligure per noi quattro moschettieri, nonostante l’increscioso inconveniente occorso sulla panoramica (vedi Comunicato n.9), riservò piacevoli momenti in campo automobilistico.

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di Massimo Mascheroni

Due anni fa, raccontai della nostra visione personale dei Campionati Europei di calcio. Ora, con l’approssimarsi dei Mondiali, raccolgo la palla e ritorno al 1982, non  tanto per ricordare la vittoria dell’Italia, quanto per un gustoso aneddoto capitato sui “nostri” campi da gioco.

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Tra la metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, La Cueva è stata uno dei punti di riferimento della Milano alternativa e meno convenzionale. Situata in una zona strategica della città, di fronte alla Darsena, ed incastonata in un seminterrato, per anni funse da spazio multimediale, con una programmazione inarrestabile di eventi. Si passava, con estrema disinvoltura, da mostre fotografiche ad installazioni scultoree, da performance di arte contemporanea a concerti di musica elettronica: ogni evento riusciva a catalizzare una incredibile quantità di pubblico, eterogeneo, come le serate che venivano proposte. Signore impellicciate della Milano bene chiacchieravano amabilmente con schiere di dark, punk e hipster. Il tutto nella più assoluta tranquillità.

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Negli anni in cui non esistevano internet e annessi (smartphone e applicazioni varie), uno dei sistemi per comunicare era la lettera cartacea.
Io e Robertone, uno dei quattro moschettieri dell’estate al mare (vedasi Comunicato n.9), instaurammo una fitta corrispondenza, che durò qualche anno.
Con la stessa logica che caratterizzava le nostre vacanze, le lettere erano una sorta di mondo parallelo musicale, fuori da ogni logica.
Il tratto distintivo era lo sberleffo al limite della demenza totale, ed il nonsense elevato a scrittura.

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Ho già avuto modo di parlare del Teatro Uomo, che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ospitò parecchi concerti e, in generale, eventi musicali.

Dopo la disavventura con i Gaznevada, del manipolo di amici che invitai a venire a vedere gli Skiantos, uno degli altri gruppi in cartellone nella stessa rassegna, solo uno accettò di accompagnarmi. Nessuno si fidava più, non tanto di me e delle mie scelte musicali, quanto della bontà della proposta in generale.

Dedicato a tutti coloro si apprestano a iniziare il nuovo anno scolastico.

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Alcune cose da evitare durante le lezioni:

Prendere il sole alla finestra. Un mio compagno di classe, tale Medaglia (il nome non lo ricordo), spesso, arrivava con la crema abbronzante, posizionava la sedia rivolta verso una delle finestre che c’erano in classe e, con assoluto distacco verso tutto e tutti, si metteva a torso nudo, si spalmava la crema e, come se fosse in spiaggia, prendeva il sole.

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Agli inizi degli anni ’80, ero solito trascorrere le vacanze estive, al mare, sulla riviera ligure di ponente, insieme ad altri tre disperati. Eravamo i quattro moschettieri.

Io, all’epoca unico patentato, con in dotazione una Autobianchi A112 color caffellatte di proprietà di mio padre, Sergio, il bello della compagnia, attratto in egual misura da musica diversa, demenzialità varie e ragazze, Roberto, detto Robertone, di qualche anno più giovane di me, ma grande e grosso il doppio, Paolo, il più giovane, che noi chiamavamo Fantozzi, non perché assomigliasse a Paolo Villaggio (in realtà era il sosia sputato di Dustin Hoffman), ma perché di cognome faceva, appunto, Fantozzi.

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Accanto alla passione per la musica, da ragazzi amavano passare le serate giocando a calcio, o come si usava dire allora, a pallone.

Il terreno di gioco delle nostre rocambolesche partite, da noi affettuosamente denominate “a porticine”, volendo indicare le dimensioni ultra ridotte delle porte, era quasi sempre il TQ, un piccolo parco in Piazzale Cuoco con un campo multifunzionale di pallacanestro e pallavolo all’aperto.

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Nel 1985, a seguito di una clamorosa nevicata, l’avveniristico Palasport (quella struttura che alcuni affettuosamente chiamavano l’ottovolante) crollò miseramente.

Il comune di Milano si affrettò a trovare una soluzione allestendo un grande teatro tenda che negli anni diventò una struttura fissa con sponsor di vario genere.

Da Trussardi (e quindi PalaTrussardi) a Vobis (PalaVobis), e via elencando.

Per un certo periodo, in mancanza di sponsor, la struttura si chiamò, con un colpo di genio, Pala. E basta. Bellissimo nome in effetti.