Il Partito della Globalizzazione

di Giordano Di Fiore

Le manifestazioni green di questi mesi, che si condividano o meno, portano alla luce un aspetto che sembrava appartenere alla storia: mi riferisco alla partecipazione popolare, in particolare quella giovanile.

Vedere milioni di ragazze e ragazzi riversarsi per le strade di tutto il mondo ha qualcosa di epico, che ci riporta alle memorie del ’68, o giù di lì.

Avevamo profetizzato di generazioni decotte, fregate per sempre dai telefonini, obnubilate dalle tecnologie, controllate implacabilmente dalla rete, di cui sono vittime inconsapevoli.

Giustissimo e sacrosanto tenere alta la guardia: questi problemi e questi rischi ci sono per davvero (vd. ad. es. quanto scrive Jaron Lanier).

Allo stesso tempo, le manifestazioni, al di là del messaggio specifico che ci vogliano comunicare (in questo caso, non è chiarissimo, per dire il vero) sottolineano, con tutta la loro forza prorompente, una delle esigenze primaria del genere umano: per semplicità, la chiameremo necessità del collettivo.

La demarcazione politica – antipolitica passa lungo questa linea di confine: l’antipolitica rappresenta la reazione ad una politica che ha, più o meno consapevolmente, sterilizzato la dimensione pubblica, appellandosi, di facciata, ad un professionismo, in realtà appannaggio della più pervicace burocrazia.

Il risultato è stato la frattura netta ed insanabile tra la politica praticata nella dimensione locale ed i centri di potere reali. Non a caso, l’Italia, da sempre laboratorio politico mondiale, ha inventato il movimento 5 stelle, come tentativo, incompiuto, di politica dal basso. Ovvero, il tentativo di scalare i piani alti, senza passare dall’anticamera della trafila burocratica.

La Lega Lombarda, poi Lega Nord, poi Lega segue, più o meno, la stessa direzione: antipolitica, in questo caso, soprattutto come linguaggio, per un partito che, ormai da decenni, ha occupato le stanze del potere.

Il contrasto più deciso si ha quando si prende in esame il percorso delle sinistre occidentali. Formazioni nate con intento rivoluzionario che, progressivamente, diventano il potere e cristallizzano un’attitudine conservatrice, tradendo il popolo per il quale erano vissute.

In realtà, le sinistre non hanno tradito nessuno: semplicemente, hanno terminato di assolvere il proprio compito originario. Il loro compito attuale è preservare quel popolo che, nel frattempo, è cambiato, diventando, esso stesso, classe borghese, talvolta dominante.

Il nuovo popolo, pertanto, non è più rappresentato dalle sinistre tradizionali: in mancanza di un’offerta adeguata sul mercato, si è rivolto all’antipolitica, con differenti sfumature. Marcatamente di destra, populista, sovranista, rossobruna, ecc.

In questo rovesciamento di ruoli, con i social-democratici che si fanno potere e la destra ex conservatrice che difende i penultimi (secondo la definizione di Federico Rampini), prende quota una nuova istanza: sarà possibile tornare a fare politica dal basso, rubando spazio all’antipolitica?

La risposta è sì, definendo con chiarezza lo spazio di cui ci stiamo occupando.

In primo luogo, questo spazio comprende tutto il pianeta (probabilmente, presto andrà anche oltre): è uno spazio trasnazionale, una volta si sarebbe definito internazionale, oggi possiamo definirlo globale.

La peculiarità delle manifestazioni green, con le quali abbiamo iniziato il nostro ragionamento, è che si tratta proprio di eventi globali: si lotta per lo stato di salute dell’intero pianeta, rifacendosi al modello Gaia.

In secondo luogo, possiamo comprendere come una dimensione global della politica sia la più funzionale e la più congeniale ad una politica dal basso. Perché è una dimensione non egoistica, sistemica. Ci consente di agire sulla dimensione mondo, senza cadere vittime della sindrome di Nimby.

In terzo luogo, agendo dal basso, su dimensione planetaria, possiamo meglio inquadrare e difendere i diritti di tutti i popoli, senza creare delle scale gerarchiche.

Naturalmente, è di primaria importanza chiarire un equivoco: il vero discrimine, per praticare una reale azione politica, non è quello tra global e no global, secondo una vecchia accezione incarnata dall’antipolitica, ma quello tra una globalizzazione buona e una globalizzazione dannosa.

I ragazzi di Greta possono sfilare in Canada, piuttosto che in Italia, e chiedere che si arresti la devastazione della foresta amazzonica, che si trova in Brasile (non solo). Tutto ciò è molto affascinante: è l’esempio pratico, la concreta dimostrazione che si possa percorrere una modalità global (in questo caso, il manifestare globale) con accezione totalmente positiva.

Dobbiamo, però, partire da alcuni punti fermi:

  • il sistema economico globale può sollevare milioni di persone da condizioni indegne di povertà;
  • può garantire un sistema diffuso di diritti e di democrazia;
  • può perseguire obiettivi di maggior uguaglianza e di maggiori possibilità erga omnes, non ultimo anche quello di un ambiente più tutelato.

L’obiettivo primario, oggi, è occupare uno spazio politico definibile come safe global: per raggiungerlo, è indispensabile vigilare sulle profonde insidie del sistema. Queste insidie sono nascoste, ad esempio, dentro il turismo indiscriminato, che spoglia i centri storici della loro identità, trasformando le città in giganteschi alberghi, puntellati da esercizi commerciali tutti uguali fra loro. Sono nascoste dentro un utilizzo di algoritmi che spingono sui nostri istinti può primordiali, in primis le nostre paure. Sono nascoste dentro un sistema di libero commercio non regolamentato che diventa, in realtà, appannaggio di mafie locali ed internazionali (oligopoli), ecc.

La partecipazione popolare, la necessità collettiva di cui sopra, sarà il miglior veicolo per diffondere una globalizzazione buona, vigilando e lottando contro gli abusi.

In questo particolare momento storico, si sta delineando una nuova era, più autenticamente internazionalista di quella raccontata dal comunismo del secolo scorso. Ecco perché una nuova politica, dal basso, che abbia slancio, potrà essere ben rappresentata da un primo, autentico partito della globalizzazione. Globalizzazione che, ribadiamo, con le opportune cautele, rappresenta la risorsa più importante che abbiamo.