Un partito più spiritoso

di Giordano Di Fiore

Se il PD di Matteo Renzi ha peccato di presunzione, il PD post-renziano, di Martina ed ora di Zingaretti, ha un difetto differente: è “poco divertente”.

Intendo dire che l’entusiasmo di Renzi è stato fortemente contagioso, ed è stato la chiave fondamentale del suo successo iniziale.

Ancor meglio di lui, fece Berlusconi: senza il suo ottimismo e simpatia, non avrebbe dominato la politica italiana per 20 anni.

Ed anche il Partito Socialista craxiano, prima di essere cacciato a suon di monetine, è stato il partito dell’euforia anni ’80, il periodo yuppy in cui spensieratezza, denaro, intraprendenza fecero da volano ad una straordinaria crescita economica e sociale.

Con questo voglio dire che va benissimo l’allargamento di campo promosso da Nicola Zingaretti, ottima la scelta di tornare a dare valore ai corpi intermedi.

Però, ci vuole una impostazione un po’ meno “monastica”: avere la fiducia degli italiani significa soprattutto infondere fiducia negli italiani. Che non significa, necessariamente, essere dei cazzari e spararle grosse.

Ma significa anche non cadere, ciclicamente, in uno degli errori storici della sinistra: apparire, cioè, come il partito delle “lacrime e sangue”. Coloro che, seriosamente, arrivano dopo che il banchetto è terminato, a sistemare la tavola e mettere le cose a posto.

Giustissimo, mirevole, avere il senso della responsabilità: ma la sinistra, oggi, ha il compito di comunicarci che il mondo non è soltanto una valle di lacrime, non dobbiamo indossare il cilicio per espiare i nostri peccati.

C’è molto da fare, dobbiamo lottare per un’Europa unita, una vera unione politica che garantisca a tutti parità di diritti, parità di salari, un welfare armonioso e ben distribuito, delle politiche di sicurezza eque per tutti.

Facciamolo, però, senza invocare sempre la catastrofe dell’umanità: la gente, su questo tasto, non ci segue più.

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