Che fine hanno fatto LE PIAZZE?

72826-500x342

di Lucia Giorgianni

Sì a comunità e relazioni, purché non durino

La piazza come riferimento fisico, luogo-simbolo, punto d’incontro e modello  condiviso dei valori territoriali di cui ci si sente parte. E’ nelle piazze che si trova e si forma l’dea di comunità “solida”, ma hanno ancora un senso e sono ancora desiderate nella nostra modernità “liquida”?

Negli ultimi decenni, che hanno visto la più importante crescita urbana d’Europa, le piazze sono sfumate, si sono trasformate, dileguate. Hanno preso la non-forma dell’uomo “moderno”, orientato al mutamento ossessivo e infinito. Mal sopportiamo le realtà durevoli, come può formarsi dunque quell’identità storica che ha caratterizzato le piazze dall’antichità a pochi decenni or sono? Lo spazio per mantenere viva e stabile la propria identità sta naufragando nel fiume del divenire, che ci fa restare perennemente incompiuti, indefiniti.

La tecnologia, come la moda,  è “a scadenza”, è valida solo fino all’arrivo del “nuovo modello”, destinato in un soffio di tempo alla stessa deteriorante sorte. I rapporti “eterni”, quelli che sono per sempre, perlomeno nelle promesse, ci fanno paura, desideriamo ciò che può essere facilmente smantellato e sostituito da altro, purché non durevole ovviamente: ciò che è troppo solido per essere sostituito lascia spazio alla “libertà” dell’effimero e all’agognata transitorietà.

E’ a questa  “modernità liquida” – evocata da Bauman e poi divenuta il “postmoderno” o il “capitalismo maturo”  che la città si adegua? E’ all’uomo moderno che sono dedicate le Non-Piazze?

Nelle periferie le piazze hanno perso la loro funzione, sono diventati slarghi, spesso parcheggi. Si popolano in occasione di manifestazioni o eventi, si svuotano con la fine di questi.

Le  nuove piazze della città sono realizzate quali luoghi del transito, del flusso turistico, a Milano abbiamo il modello architettonico d’eccellenza mondiale: Piazza Gae Aulenti, cuore pulsante del progetto Porta Nuova Garibaldi, affollata di visitatori di passaggio, di fruitori estemporanei del commercio di lusso, quello che soddisfa una voglia (che è diverso dall’esaudire un desiderio, cosa stucchevole perché troppo impegnativa).

Ma abbiamo anche il recente primato della piazza più grande di Milano,  assegnato alla poco nota  Piazza Gino Valle del Portello, che con i suoi 27.000 metri quadri batte le piazze Arco della Pace, Duca d’Aosta, Duomo.

Circondata da torri aziendali, tra cui la Casa Milan e relativi store e bistrot, esibisce un bassorilievo di Emilio Isgrò, su uno dei contrafforti inclinati della piazza, nero su grigio in mezzo al grigio;  sporadiche “panchine” allineate si mimetizzano nella spianata di lastre di cemento, volte all’orizzonte della vecchia Fiera, o della montagnetta di Andreas Kipar.  Un luogo senza luogo (e senza senso?) al cui  centro si erge…. il tetto del parcheggio sotterraneo. Possiamo  chiamarla piazza, ma anche “soffitto” (del parcheggio), e a dire il vero, questa opportunità di poter prendere velocemente l’auto per spostarsi altrove mi pare, tutto sommato, l’unica offerta urbanistica stimolante.

IMG_20190122_152021

IMG_20190122_152510

E poi ci sono i Centri Commerciali, guarda caso costruiti a forma di borghi, con vie, fontane, ristoranti, con  un “centro”, a volte un parco giochi, così ci si sente “come in Piazza” ma, stiamo tranquilli, il legame di “comunità” è ben confinato, offre la rassicurante sensazione di sentirsi parte di una comunità omogenea, quella dello shopping, ma giusto il tempo che basta.

serr

Dove troviamo dunque il signore che legge il giornale, le amiche che bevono il caffè al bar centrale, i bambini che giocano in strada?

Si trovano probabilmente nella grande piazza dei social, dell’e-commerce, del free-WiFi. L’edicolante chiude, perde il lavoro  insieme ai pubblicisti del vecchio grande formato cartaceo: le testate sono nelle app, accalappiate illecitamente dai pirati e distribuite gratuitamente (a chi le utilizza aggravando ulteriormente, a volte inconsciamente,  i problemi della disoccupazione).

Come a Leonia, città invisibile di Calvino, gli abitanti sono attratti dalla possibilità di godere di cose nuove e diverse” consegnando al lavoro dello “spazzaturaio” i resti delle cose nuove e diverse di ieri. E così le Non-Piazze s’impongono nei progetti dei moderni urbanisti.

Nell’epoca dello sradicamento dai propri paesi  e della solitudine, del bisogno di accogliere e di integrare, il paradosso della città è quello di sfuggire ai luoghi simbolo dell’ aggregazione costante e visibile.

Ma è anche, questo, il paradosso dell’individuo?

Annunci