Quanto dura il modello MILANO?

di Giordano Di Fiore

Sono nato a Milano, ormai qualche lustro fa. Sento un rapporto profondo con la città, a volte di amore, a volte di antipatia, a volte di indifferenza, cui normalmente segue una nuova curiosità. Pertanto, quando sento parlare di Modello Milano, lo capisco, diciamo così, a pelle. Senza bisogno di troppe analisi: è quel mix di efficienza, pragmatismo, concretezza, che contraddistingue lo spirito della città, unito ad una certa accoglienza e solidarietà.

Negli anni, si è parlato di capitale morale, poi c’è stato lo yuppismo craxiano, poi c’è stata tangentopoli, giù giù fino ai Pisapia ed i Sala. Ma Milano è rimasta sempre una città moderna e modernizzatrice. Quanto meno, a livello nazionale. Dopo Expo, è addirittura diventata una città turistica, cosa che non ci saremmo aspettati.

In un’Italia che annaspa sempre più, divisa peggio che al tempo dei Guelfi e Ghibellini, l’unica certezza rimasta sembra proprio Milano.

Ed ecco, dunque, che il Modello Milano viene tirato per la giacchetta un po’ da tutti, in particolare politici vecchi, nuovi ed emergenti. E’ l’ultimo santo cui affidarsi.

Da milanese, sono felice di questo primato. Ma sono anche preoccupato: il Modello Milano, per poter durare, deve essere coltivato. Al contrario, da qualche tempo a questa parte, sembra si stia imponendo un modello alternativo: quello della Milano a 2 Velocità, un po’ come l’Europa.

Faccio una piccola premessa: Milano, in quanto città inclusiva ed accogliente, a differenza di altre realtà urbane, ha sempre avuto alcune caratteristiche intrinseche di “democraticità”. Troviamo case di ringhiera in periferia ed in pieno centro, come massimo esempio di urbanistica non classista.

Eppure, piano piano, poco alla volta, è in atto una profonda trasformazione. Ce ne dà un chiaro esempio l’andamento delle quotazioni immobiliari: prima della crisi, Milano ha passato anni di boom, con quotazioni in salita, dal centro alla periferia.

Con la crisi, dapprima abbiamo visto una riduzione di tutti i prezzi. Ma, subito dopo, le periferie hanno continuato a scendere. Al contrario, le zone di pregio si sono rivalutate tantissimo. Rendendo molto visibile la doppia velocità di cui sopra.

E l’azione del Comune parrebbe seguire gli andamenti immobiliari: a fronte di quartieri splendidi, un tempo impensabili per la grigia e nebbiosa Milano, si contrappongono realtà di degrado sempre più evidenti.

L’ex Palatrussardi, il boschetto di Rogoredo, Mecenate, ecc. offrono scenari davvero oscuri ed incontrollati. In via Padova, ad esempio, nonostante un processo in atto di gentrificazione, dovuto alla contiguità della zona con il centro, rimangono vaste aree di forte disagio.

Eppure, si parla solo di Darsena e di Bosco Verticale, come se Milano, ormai, fosse solo quella ad uso e consumo turistico.

C’è un’altra Milano, totalmente dimenticata. Che cova risentimento. Che cova probabilmente quel clima di “odio sovranista” da cui il Modello Milano dovrebbe essere immune.

La dico semplice, piatta, da milanese: stiamo attenti a non dormire sugli allori.

E’ un ragionamento fin troppo banale, me ne rendo conto: ma non ci sono da fare troppi voli pindarici. C’è solo da rendersi conto che la solidarietà e l’accoglienza passano in primo luogo dalle nostre periferie: anche senza uscire dalla Circonvallazione, alle volte passare per Duca d’Aosta stringe il cuore!

Non ci dobbiamo arrendere alla Milano “fashion district”: l’indotto economico portato dal brand Milano deve, necessariamente, tradursi nell’impegno concreto a livellare le diverse aree della città, occupandosi di edilizia popolare, di servizi, di sicurezza. Ed anche cercando di costruire nuovi spazi di condivisione (è sintomatico che in piazza Gae Aulenti, piazza PRIVATA, non ci siano panchine).

Esperimenti come JazzMi o Piano City sono positivi, ma un po’ elitari.

Ho abitato, ad esempio, per anni, nel bellissimo quartiere della Bovisa, dove, però, per quanto riguarda la cultura e l’aggregazione non esiste praticamente nulla. C’era stato il progetto della Triennale Bovisa, miseramente fallito e dimenticato.

Ma anche la già citata Isola, nonostante l’allure fashion da copertina di architettura, sembra soffocare sotto una moltitudine di locali, ristoranti, bar (alcuni dei quali paiono proprio essere gigantesche lavatrici di denaro), senza offrire una vera offerta culturale e luoghi di aggregazione. A parte sporadiche iniziative private.

C’è da ripensare qualcosa: gli analisti di Booking prevedono altri due anni di boom turistico per Milano, prima di assestarsi. Però, finita la sbornia, i cittadini rimangono, con le loro contraddizioni e disuguaglianze. Se vogliamo che il Modello Milano persista, non dimentichiamoci della Ringhiera, e del suo significato.

 

 

Annunci