Malattia e verità

Close up of flu virus

di Giordano Di Fiore

La fine del secolo breve ha decretato non tanto il risorgere del populismo, termine dal significato alquanto ambiguo, quanto la sconfitta della socialdemocrazia.

Per socialdemocrazia intendiamo una teorizzazione politica che si propone di realizzare alcuni traguardi del socialismo, senza mettere in discussione il sistema. Si sostiene la coesistenza tra capitalismo e diritti sociali.

Trattasi, se vogliamo, di populismo anch’esso, in quanto – come più volte abbiamo sottolineato – essendo il mondo un sistema di risorse finite, welfare e capitalismo possono coniugarsi solo a discapito di uno sfruttamento su scala globale, che viene debitamente taciuto ed occultato.

Tanto è vero che la crisi della socialdemocrazia coincide con l’affacciarsi di nuove potenze emergenti, che, dunque, contendono lo stock di risorse in gioco, creando non pochi problemi agli equilibri precari che hanno caratterizzato il ‘900.

Il fenomeno delle migrazioni, giustamente osteggiato dalle classi medie occidentali (giustamente, poiché viene conteso uno stock di risorse finito) è rappresentato dai media in modo palesemente falso.

Coloro che migrano, infatti, sono persone sfuggite alla logica servo-padrone, caratterizzandosi come classe media emergente.

Non migra il povero negro sfruttato, così come dipinto dalla dialettica intrisa di cattolicesimo. Migra una nuova classe sociale globale che sta entrando nella partita della spartizione delle risorse.

I cosiddetti populisti, pertanto, formulano un’equazione lineare: bloccare i flussi migratori, per evitare di perdere risorse. Il popolo sa perfettamente, infatti, che le risorse sono un sistema finito: se le prendi tu, non le avrò più io. Il reddito di cittadinanza fa parte della stessa equazione lineare: redistribuire le risorse tra gli ipotetici aventi diritto.

Dove sta l’errore? Storicamente, chi ha fame vuole mangiare. E’ impossibile pensare di bloccare chi ha il futuro tra le mani. Il palazzo d’inverno, prima o poi, viene sempre conquistato.

L’errore è, pertanto, una mancanza complessiva di consapevolezza.

La consapevolezza rende palese l’insostenibilità di questo sistema economico. La socialdemocrazia, tornando all’incipit di questo articolo, fallisce proprio perché il sistema capitalista è, anch’esso, un sistema finito.

Il moltiplicatore monetario si arresta di fronte all’entropizzazione costante del sistema.

A questo proposito, ci viene in aiuto la MALATTIA, sostantivo che dà il titolo all’articolo.

La malattia è una condizione umana ineludibile. Ed è una condizione umana rivoluzionaria. Perché non può prescindere dalla verità. La malattia è per definizione anticapitalista.

L’accumulazione del capitale, infatti, non può conoscere tregua. Dice un proverbio, chi si ferma è perduto. Come si diceva poc’anzi, se ti distrai il mondo è pieno di bocche affamate pronte a farti la pelle.

La malattia, al contrario, è una condizione assolutamente naturale che impone una tregua, una neutralità.

Il sistema capitalista cerca di nascondere la malattia, l’infermità, la disabilità, la vecchiaia, la morte. Anche il parto è rivoluzionario, ed anticapitalista. Per questo, nelle società moderne occidentali non si fanno figli.

Tutto ciò che è naturale è anticapitalista, parrebbe di evincere. Dunque, si può sostenere che il capitalismo è un sistema innaturale. Per questo, destinato al fallimento, nonostante la sua giovane età.

Il sistema prova a più riprese ad integrare la malattia al suo interno. Con il fenomeno indotto della cronicizzazione. Ma non sembra avere particolare successo.

Si cerca di allungare la vita, sempre di più; e, contestualmente, si cerca di portare sempre più in alto l’asticella per la pensione.

Allungare la vita è, innanzitutto, un gigantesco business. Poi, è un errore di prospettiva. Ed è, infine, economicamente insostenibile. Ma ha un valore simbolico enorme: serve ad esorcizzare la morte. La morte, come la nascita, come la malattia, come la vecchiaia, ci ricorda infatti che non siamo fatti per produrre. Tuttavia, oggi, il vecchio ideale è colui che può lavorare all’infinito, non gravando così sulla società. Per poi, eventualmente, scomparire in qualche paese emergente, in modo da poter rivestire al meglio il suo co-ruolo di consumatore, fino alla fine dei suoi giorni.

Il malato ed il disabile sono la spina nel fianco di questo sistema, nonostante i mirabolanti sforzi dell’eugenetica.

Esorterei a prendere coscienza: siamo tutti malati, in quanto portatori di male, e tutti disabili, in differente grado (in quanto l’efficienza nei confronti del sistema non è mai assoluta, e profondamente variabile). Anziché tentare di autoescluderci, felicitiamoci di questo intrinseco indice di verità.

La robotizzazione porterà ad un costante abbattimento del saggio di profitto: questo prefigura due scenari. Nel primo, il capitalismo globale prenderà la forma di un neo-feudalesimo. Sperimentando, per la prima volta, un salto all’indietro nella linea del progresso. Nel secondo scenario, il crollo del saggio di profitto, ed il disordine conseguente, porteranno ad una collettivizzazione dei mezzi di produzione. Questo consentirebbe, per la prima volta, la nascita di un plusvalore sociale, laddove il concetto classico di profitto, ormai superato, potesse dare il là ad un’organizzazione sociale del tutto inedita e nuova.

Utilizzando la malattia come spia di un sistema capitalista del tutto “posticcio”, potremmo indirizzarci con fiducia verso una nuova forma di consapevolezza politica.

 

 

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