Italiani brava gente, ed incazzati

di Giordano Di Fiore

L’ultimo rapporto Censis parla di sovranismo psichico. Trattasi di una definizione piuttosto singolare, sulla quale vale la pena tentare di entrare nello specifico.

Gli italiani sono incazzati. Questa sembra essere la traduzione che possa rendere l’idea al meglio.

E sono incazzati, nonostante la situazione generale non sia, in termini assoluti, drammatica. Anche perché i più rabbiosi non sembrano essere i 5 milioni di poveri certificati, o quanto meno non più degli altri. Dunque, perché questa rabbia collettiva, e trasversale?

Per rispondere, è necessario approfondire il significato dell’emozione “rabbia”. La rabbia fa parte del patrimonio genetico umano: è un’emozione che si manifesta nel momento in cui non si realizzano le proprie aspettative. La rabbia, inoltre, presuppone sempre un colpevole. Questo assioma si evince in modo particolarmente significativo nella bestemmia: talvolta, quando risulta complesso trovare un colpevole materiale, si rende necessario prendersela con le divinità. E’ un passaggio importante: l’uomo, in questo modo, ha la possibilità di scaricare il proprio senso di colpa, che risulterebbe intollerabile alla sopravvivenza stessa.

Questa codifica biologica risulta quanto più potente, quanto più il contesto culturale di riferimento si costruisca sul dualismo colpa-pena. L’Italia cattolica secolarizzata è terreno assolutamente fertile, da questo punto di vista. Come osservava già Pasolini, gli effetti culturali del piano Marshall hanno travolto la fragilità dell’Italia degli anni ’50, una nazione costruita e tavolino e non pronta ad affrontare le conseguenze del sistema capitalista.

Tornando ai giorni nostri, pertanto, non appare così incomprensibile il sentimento di rabbia collettiva, che sta caratterizzando il nostro presente.

Come sempre, dobbiamo fare un piccolo passo indietro: la strategia della tensione, e la contestuale trattativa stato-mafia sono state il volano del cambiamento. La burocrazia europea ha fatto il resto. Ci siamo, così, ritrovati in un presente senza futuro.

L’Italia è parzialmente uscita dalla crisi, c’è stata una timida ripresa, c’è un consolidamento delle esportazioni, il risparmio privato rimane ben strutturato, a dispetto del fantasma del debito pubblico.

Tuttavia, la situazione che si respira è quella di non avere in mano le chiavi del nostro sviluppo. La permanenza della precarietà è il tratto generale. E, come si diceva poc’anzi, le responsabilità non sono chiare: è colpa dei politici, dei ladri, dei tedeschi, dell’europa, di soros, infine degli zingari, e dei negri.

Zingari e negri hanno peraltro il pregio della chiarezza: rubano e non fanno un cazzo. Non ci sono dubbi. Dopo anni di colpe scaricate ad un generico “sistema”, che diventava sempre più difficile da interpretare, e dunque sempre più vago, astratto, impossibile da colpire, finalmente la classe media torna ad avere una chance. Un nemico chiaro, materiale, presente contro il quale scaricare, si diceva, la propria rabbia.

Capito, pur sommariamente, il meccanismo, diventa ben necessario elaborare uno strumento di lotta politica, che possa essere al passo con i tempi. Semplificando al massimo, la sinistra ha fallito i suoi compiti, perché è diventata essa stessa parte del sistema che contestava. La sinistra di Che Guevara è diventata la sinistra dei Clinton, la sinistra di Giuseppe Di Vittorio è diventata la sinistra di Matteo Renzi, ma prima ancora di Romano Prodi.

E’ importante, a questo punto, rifocalizzare gli obiettivi: stiamo vivendo in questi anni le contraddizioni del capitalismo globale. Ovvero le contraddizioni di un sistema che, per poter sopravvivere, teorizza la crescita all’infinito, pur sapendo che il mondo è un sistema di risorse finito.

Infatti, quello che oggi è meno chiaro, perché si tende a dare una rappresentazione di comodo del presente, è che, dagli anni 70 ad oggi, il modello di riferimento è mutato radicalmente. Gli animal spirits del capitalismo rampante non esistono più, il mito reaganiano del self made man è tramontato. Anche se non ce ne siamo accorti con particolare lucidità.

Come si può notare, ad un’analisi più attenta, il liberismo oggi non esiste più. Quando si parla di capitalismo transnazionale, si allude ad un sistema in cui, oggi come non mai, l’economia è strettamente interconnessa alla politica di potenza di alcuni macro-stati.

Stati Uniti, Russia e Cina sono i principali attori, in uno scacchiere dove si gioca un costante mercato delle alleanze, con un’Africa che rappresenta la struttura delle commodities da conquistare oltre al mercato che per eccellenza assorbe le eccedenze. Europa e mondo arabo sono gli emergenti, per questo così tanto in competizione tra di loro.

Quando, spesso, oggi si sente dire che la politica non conta più, si sta diffondendo la più grande balla: oggi, come non mai, la politica è determinante. I grandi attori sanno perfettamente quanto scrivevamo: il mondo è un sistema di risorse finito. La circolarità della globalizzazione ha reso tutto questo molto evidentemente. Per questo, nessuno crede più agli animal spirits del capitalismo. Per questo, l’onda lunga della rivoluzione culturale esplosa negli anni ’60 è terminata. Il mondo di oggi, medievaleggiante per vocazione, assomiglia sempre più al mondo raccontato da Orwell, che in Yalta aveva già preconizzato gli sviluppi futuri.

Anche la robotizzazione va letta in questa chiave. Proprio perché, se il successo dell’età moderna coincide pressappoco con l’avvento ed il successo della classe media, oggi capiamo come il presupposto del capitalismo transnazionale si fonda proprio sulla precarizzazione della classe media stessa. Dopo oltre un trentennio di appannaggio, ecco che la lettura di Marx, oggi, torna attualissima.

Ed ecco che la sinistra deve attrezzarsi a questa neo-proletarizzazione globale.

Come già Toni Negri ci ha ricordato più volte,

Oggi si devono costruire istituzioni non sovrane e non proprietarie. Funzionerebbero come la gestione dell’acqua bene comune, nelle battaglia contro la violenza poliziesca in Francia o negli Stati uniti, nelle grandi lotte indigene nell’America Latina, nelle lotte femministe.

L’invenzione di una nuova struttura politica non può nascere che dal collegamento tra queste forze. L’istituzione non nasce dal sovrano, ma dalla necessità di stare insieme, di produrre e vivere insieme.

Trasformare la rabbia in lotta politica è dunque la grande sfida della sinistra. Che deve appropriarsi mentalmente dell’Europa, come spazio per la battaglia. Dove ridefinire diritti e doveri. Introiettando scientificamente che tassare Google ha una forza molto più dirompente che sgomberare l’ennesimo centro per rifugiati.

Recuperare e redistribuire risorse, proprio perché sappiamo essere queste un insieme finito: che la sinistra la smetta di teorizzare la grande truffa della crescita all’infinito. E cominci, per l’appunto, a parlare di beni e diritti collettivi. Solo così la grande rabbia potrà essere indirizzata alla costruzione di un modello alternativo, e competitivo.

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