Milano Desigual

di Giordano Di Fiore

Il ricordo si sa, sbiadisce tutto. Le emozioni si attenuano, creando un flusso originale, del tutto assimilabile al concetto di saudade.

Il ricordo è quello di una classe elementare, nei primi anni ’80, che si avvia verso la pesa pubblica di Via Osoppo, e si pesa. 4 o 5 quintali? Boh, chissenefrega.

Ricordo invece un bel sole ottobrino, di quelli tipici milanesi, che non scaldano.

Vivevo nelle case popolari di via Civitali, zona San Siro.

Oggi quelle case sono un ghetto. Allora il concetto di ghetto non esisteva.

Il mio migliore amico abitava in via Paravia, ortogonale alla Civitali. In una casa privata. Il suo migliore amico abitava poco dopo, in un condominio di quelli anni ’70, con le mattonelline marroni, ed il pino nel giardino privato. Giocavamo tutti e 3. Nessuno mai si è posto problemi “salariali” e di classe. Ricordo che il papà del mio migliore amico era un funzionario dello Iacp. Del resto, non so nulla. Non era ancora quella Milano del “che lavoro fai”. Non solo perché eravamo piccoli: perché nemmeno i nostri genitori lo facevano.

Da adolescente, fui tra i primi ad ascoltare l’hip hop. Quello delle prime posse. Fu un avvento quando acquistai Sangue Misto, sapevamo tutte le canzoni a memoria.

Ho abbandonato per molti anni il genere, transitando di getto nel calderone della musica brasiliana. Fino ad un mese fa, circa, quando ho scoperto l’esistenza della trap, ascoltando di sfuggita un pezzo su One Two, One Two, storica trasmissione di Radio Deejay.

Quel pezzo recitava “casi popolari, dentro case popolari”. Fu l’unica frase che mi rimase impressa. Il giorno dopo, googlando, entrai all’interno di un mondo totalmente nuovo.

Così, ho scoperto che la Milano di oggi è molto classista. E senza la coscienza di classe.

I giovani di Cini si bevono sprite e codeina, sfrecciano a 180 su Fulvio Testi, fumano molto e fanno video dal tetto di una volante della polizia. Hanno scarpe da pusher e denti d’oro.

Tutto questo mi piace, contiene molta energia. Un’energia intrinseca alla giovinezza, che, a quanto pare, sembra diventata, a ragione, un valore a sé.

Tuttavia, ho girato a lungo per Milano. Ho cominciato a pescare tra i ricordi. Milano, negli anni 80, era orribile. Il concetto di turismo era totalmente inesistente. A Milano, si lavorava e basta. Città grigia, ed inospitale, quella di “c’è una nebbia che si taglia con il coltello” di FF.SS.

Oggi Milano è bellissima, piena di turisti (e turiste), c’è molto sole, tanti spazi all’aperto, locali, addirittura alberi. Sembra di essere in Europa.

Eppure, è tanto desigual.

La cesura tra l’hotel Bulgari ed il resto del mondo è netta. Profonda.

Poi, ho trascorso una serata con un caro amico. Nella stessa birreria, a Niguarda, c’erano dei giovani. Che conoscevano il mio amico (il quale, quando ha la serata libera, va sempre lì a fracassarsi di birra). Si faceva un po’ prendere per il culo. Quando hanno capito che conoscevo Sfera e Laioung con me sono rimasti schisci.

Mi ha colpito una particolarità: la rimozione totale del passato. Già Fibra è storia.

La rimozione del passato è un grosso pasticcio. Ne hanno parlato bene i distopici. I quali, comunque coraggiosi, perché figli del proprio tempo, prospettavano figure eroiche alla riscossa, i cacciatori della memoria, unico rimedio al presente iperbarico.

Adesso, ci siamo dentro fino al collo.

Tra le posse ed i cantautori degli anni ’70 c’era un sottile legame. Che passava dalle storiche trattorie di Bologna ai centri sociali.

Legame rimasto solido, nonostante i duri attacchi degli anni ’80.

Oggi, la mano destra non vede la sinistra. E Milano è desigual.

Fatevi un giro per i bei quartieri popolari: da quelli del dopoguerra, fino agli ultimi anni ’80. Guardate che bellezza, la Barona: dove addirittura coesistono due infornate di case pop, due decadi diverse, ma, come abbiamo scritto, coese. I palazzi, l’ospedale, il campo da calcio, il parco, l’edicola, il panettiere, il parrucchiere…addirittura il Barrio’s.

La Darsena, Gae Aulenti, a breve i dintorni della Fondazione Prada: fighissimo. Ma freddino. E desigual. Sì, è vero che in Gae ci sono i giovani filippini che fanno i corsi di ballo in piazza. E’ vero che tutto questo sembra integrazione. Ma fidatevi. Non lo è.

In Gae non ci sono le panchine. In Darsena c’è tanta Vodafone. Manca un po’ l’alma.

No, non rimpiango la Milano brutta di un tempo. Però ricordare che corso Garibaldi era un quartiere popolare, non il fulcro del Brera District mi sembra importante. E mi sembra altrettanto importante ricordare che mia zia faceva la donna di servizio, ed abitava in una ringhiera sgangherata in via Brera. Il suo padrone abitava anche lui in via Brera, in una casa da sciuri. Convivevano, capite? Nella stessa via.

Poi, le case di mia zia sono state abbattute.

Tra un blunt e un bong, ricordiamocelo.

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