“Ti tolgo i figli”. Quanto male fa.

di Lucia Giorgianni

Anche dopo la separazione, il proseguimento del rapporto tra genitori e figli è un diritto fondamentale dei bambini, oltre che un diritto e dovere di madri e padri. Quando il genitore “collocatario” (nel 93% dei casi la mamma), ostacola tale esercizio, compromette diverse sfere psico-emotive del bambino, ma anche cliniche e sociali. Una problematica sempre più diffusa, vista la rilevanza del fenomeno che vede separazioni e divorzi triplicati negli ultimi vent’anni e più che raddoppiati dal ’95 a oggi, che va valutata anche al di là del punto di vista strettamente giuridico.

Ci aiutano i risultati della ricerca  scientifica emersi dall’articolo New approaches to divorce with children: a problem of public health  curato da Vittorio Carlo Vezzetti,  medico pediatra, membro dellInternational Council on Shared Parenting and European Platform for Joint Custody . La ricerca evidenzia  l’aspetto biologico del problema e le conseguenze sul benessere e sulla salute dei soggetti coinvolti.  I figli “vittime” di genitorialità forzatamente negata, soffrono spesso di disturbi comportamentali, difficoltà nella gestione della sfera affettiva, malesseri cronici che possono anche manifestarsi a distanza di dieci o vent’anni.

In Italia sono molti casi di madri che impediscono al padre di vedere il figlio, accampando scuse e strategie che la legge consente. Sono molti anche i casi di “alienazione genitoriale”, che vede un genitore esercitare sui bambini pressioni morali tali da portarli a rifiutare la presenza dell’altro genitore. Una patologia così grave, di cui molti figli di coppie separate sono affetti, da costituire reato penale. Di questa enorme responsabilità occorre essere coscienti, qualunque sia il sentimento che si nutre per l’ex partner, qualunque colpa gli si addebiti. Lo “scontro”, se proprio inevitabile, dovrebbe esimersi dal coinvolgimento diretto dei figli, usati come una comoda arma sempre pronta, una merce di scambio per ottenere vantaggi materiali o per rivendicazioni personali. Eppure la legge sull’affido condiviso – n. 54 dell’8 febbraio 2006 – applicata nell’89% dei casi dei divorzi – parla chiaro: “anche in caso di separazione dei genitori, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi”.

papa due

Si tratta di una legge di bigenitorialità effettiva, che si rivela però inapplicabile nei fatti. Spesso il giudice continua, secondo vecchi schemi, a stabilire la “collocazione” dei figli minori, e già questo è in netta contraddizione con i principi della condivisione. E’ inevitabile, infatti, che chi vive con i figli trascorra con loro la maggior parte del tempo, in un rapporto calcolato dell’85% contro il 15%. Quale parità quindi? A rimetterci è nella stragrande maggioranza dei casi il padre, in quanto un retaggio culturale ormai anacronistico, data l’evoluzione dei costumi, continua a considerare la donna come “più adatta a occuparsi di casa e figli”. Una disparità sessista che, nel caso specifico della separazione, pare magicamente non disturbare alcune donne.

C’è una fatica del sistema a recepire l’innovazione di quello che è un principio sancito anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha recentemente pronunciato un monito al nostro Paese: “l’’Italia deve fare di più”.

Nello spirito più autentico dell’affido condiviso, i figli dovrebbero essere messi in condizione di vivere con entrambi i genitori, sia pure, quando logisticamente possibile,  in residenze separate, e godere di una frequentazione equilibrata con entrambi. Diventerebbe così facilmente applicabile il mantenimento diretto dei minori da parte di chi se ne occupa nel tempo affidato. E’ questa la soluzione già adottata in quasi tutti i paesi europei e la letteratura scientifica smentisce ogni pregiudizio: questo affido “materialmente condiviso” porta benefici ai bambini, riducendo sensibilmente gli effetti del trauma separativo, ma porta anche benefici alla ex coppia, diminuendo la conflittualità su questioni economiche. In Svezia, il Paese europeo con la maggiore percentuale di affidi in alternanza (il 30%, contro il 16,9% della Francia e l’1% dell’Italia), le cause giudiziali sono quasi estinte.

Addio alle armi, dunque. La separazione è un atto tra adulti che, per i più disparati motivi, non desiderano più vivere insieme, liberi di farlo, liberi di costruirsi una nuova vita come singoli individui. Le conflittualità potranno solo essere da intralcio al nuovo stato, la condivisione dei figli – da cui non ci si separa – sarà invece una mano tesa.
Comunque sia, giù le mani dai bambini, e se qualche inevitabile conseguenza per loro ci sarà, il compito più responsabile (e amorevole) è quello di coinvolgerli il meno possibile e di assicurare loro il diritto a una madre e a un padre, sia quel che sia.
Dire “ti tolgo il figlio”, oltre che essere un insopportabile ricatto, toglie il genitore al figlio, causando danni, anche a livello sociale, che vanno scongiurati, nel nome del padre, del figlio, della famiglia e della salute pubblica. E così sia.