Il trasloco di CITTASTUDI. E poi?

di Lucia Giorgianni

Che ne sarà di Città Studi? Quali le ragioni di un ormai probabile trasloco e quali quelle delle voci contro? Nel quartiere, da sempre a vocazione studentesca, l’Università Statale pensa di spostare le facoltà scientifiche nell’area ex Expo, che accoglierebbe così un importante polo universitario e il centro di ricerca Human Technopole, dedicato alla medicina predittiva, con spazi per ospitare i servizi di supporto alla ricerca

Considerando il già pianificato trasferimento a Sesto San Giovanni dell’Istituto Tumori e del Besta,  si svuoterebbero nella zona 350.000 mq di edifici, con un allontanamento di circa 30.000 persone, tra studenti, commercianti, lavoratori. Perché tutto questo dovrebbe essere un’opportunità per Città Studi? Il Rettore dell’Università Statale Gianluca Vago spiega che  il costo dello spostamento è di 380 milioni di euro e che la sua realizzazione contempla contributi finanziari erogati dal governo centrale e un finanziamento assegnato dall’Unione Europea. Il plusvalore che si ricaverebbe dall’alienazione degli spazi, potrebbe permettere significativi progetti dell’area, nuovi dipartimenti, musei e opere pubbliche per gli studenti. Una “operazione immobiliare” ineccepibile.

Ma al di là di quello che “si potrebbe” fare, studenti e residenti sentono la mancanza di un progetto di rigenerazione definito per il futuro della zona. Ci risiamo, dunque, con l’attuazione di stravolgimenti importanti a livello sociale, urbanistico, economico che rimandano nel tempo la gestione delle immense conseguenze. E’ successo con Expo: solo dopo la manifestazione si è iniziato a discutere su come utilizzare le aree coinvolte, ancora oggi eredità di debiti e incertezze. Ora si replica l’esercizio su Città Studi, il trasloco si fa o non si fa? Se si fa poi si vedrà, come se la decisione non dipendesse anche da quel che potrebbe avvenire  poi, nel bene o nel male.

“Il trasferimento dell’università potrebbe assestare un colpo molto grave, se non fatale, all’intera area”, si legge nel documento del Gruppo di Cittadinanza Attiva e dal Comitato Fai Che ne sarà di Città Studi?  (il link di collegamento comprende in modo dettagliato, con cartine e mappe, l’intero progetto). “La superficie che racchiude la stazione di Lambrate, il Rubattino e l’Ortica – rientranti nella zona 3 – è afflitta da cronici problemi di degrado, occupazioni abusive, randagismo e microcriminalità derivanti dalla presenza di numerosi siti industriali ed edifici civili dismessi lasciati in stato di abbandono”. Dove sarebbero richiesti interventi massicci tutto si dovrebbe fare, fuorché smantellare l’università. Proprio questo è il punto. Esiste un “valore” della città che va oltre le sue strutture immobiliari, che ne definisce la qualità urbana, la personalità generatrice di appartenenza, il “bene comune”.

Anche secondo il Sindacato Universitario, il piano di trasferimento non risponde a logiche di interesse pubblico, perché l’investimento più utile dovrebbe puntare a risolvere il problema del sovraffollamento delle aule, delle biblioteche, delle residenze e delle mense, quindi alla qualità, al di là delle pure logiche speculative . Non è questa la sollecitazione ideale – ribadisce il Sindacato – alla risoluzione del problema della fuga all’estero di ricercatori e giovani laureati italiani.

studenti

“Esiste da sempre a Città Studi una forte integrazione tra studenti e residenti, che crea vitalità sociale e un indotto economico importante per la zona – afferma Simona Zelasco, consigliera del Municipio 3 per la lista civica Noi Milano . “Questa felice situazione va difesa, il quartiere va preservato da rischi di svuotamento forzato, dall’abbandono degli spazi che verrebbero dismessi o da eventuali speculazioni edilizie. E qualora il trasferimento dell’Università si rivelasse inevitabile, si dovrà garantire un “Patto per Città Studi” che preveda contestualmente un progetto strategico, adeguate garanzie di fattibilità economica e stanziamenti di risorse finanziarie.”

E’ palpabile e molto chiara la paura. In casi analoghi è avanzata l’edilizia privata o la costruzione di ecomostri che deturpano il territorio urbano. E’ sempre l’occasione speculativa il pericolo in agguato?
«Non sarà uno svuotamento — assicura l’assessore Maran— ma una fase in cui le facoltà possono cambiare, senza un vuoto fra un passaggio e l’altro».
Ben venga il cambiamento nei tessuti urbani che con il tempo devono necessariamente mutare. I quartieri non sono inanimati e immobili , ma sono  organismi viventi che si trasformano di norma lentamente e in modo naturale; a volte invece sono necessari processi di riqualificazione più drastici, quando le aree coinvolte sono caratterizzate da degrado e problemi di sicurezza.
Città Studi non appartiene ad alcuno di questi  casi: il progetto di intervento massivo andrebbe ad agire su un’area che vive un suo felice equilibrio tra la vitalità della settimana, con il viavai di giovani che si preparano al futuro, e  weekend di tranquillità e silenzio. Si tratta di un equilibrio forse non perfetto ma che i cittadini vogliono difendere.

Nessuno dunque appare contrario a Centri di Ricerca e riqualificazioni, naturalmente, ma la suggestione non basta, al di là delle narrazioni incantatrici si vogliono vedere progetti articolati certi, senza i quali anche le opinioni non possono che restare critiche, o perlomeno scettiche.
Riprendendo una  metafora avanzata nei confronti degli attori di questa operazione (da ArcipelagoMilano), ci troviamo di fronte a chirurghi di fama mondiale che si preparano a trapiantare un rene da un donatore vivo a un malato. Ma il donatore non è stato informato delle modalità e delle conseguenze, come può sentirsi disponibile e tranquillo? Da scongiurare l’amara conclusione: il trapianto è stato un successo, il paziente è vivo, sfortunatamente il donatore è morto.

 

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