Workshop SCALI ferroviari: la bellezza, sognando Montmartre

di Lucia Giorgianni

Intervista a Walter Monici, architetto designer, che ha partecipato attivamente al Workshop sulla riqualificazione degli Scali Ferroviari, in rappresentanza della fondazione Perilparco, portando il suo contributo ad uno dei tavoli di lavoro chiamati a presentare una visione possibile della Milano del futuro. Ne è emerso un progetto innovativo, di cui ci parla in questa intervista.

Come era composto il tavolo e quale il tema assegnato?

Ogni tavolo era condotto da due persone delegate dall’organizzazione e dall’architetto team leader incaricato dalle ferrovie, nel nostro caso  Benedetta Tagliabue.
I partecipanti, tecnici e cittadini, hanno scelto il tavolo secondo il proprio maggiore interesse ed io, che sono stato delegato a rappresentare la fondazione Perilparcoaffiliata di Italia Nostra, e, dimenticando, per un momento, tutte le questioni relative alla proprietà delle aree, non ho voluto perdere l’occasione di confrontarmi sui temi generali dell’urbanistica e dell’architettura, nel tavolo chiamato la città del vivere.
Gli altri tavoli avevano come temi la mobilità, il verde, le risorse e le culture.

Come si sono svolti i lavori al tuo tavolo?

I temi più ricorrenti sono stati la necessità di mantenere l’identità di Milano, di rispettarne la storia, di perseguire la bellezza e la qualità della vita, identificando nella strada e nel modo di utilizzare i piani terra degli edifici due elementi importanti del futuro progetto.
Anche il concetto di Mixitè, intesa come mescolanza di funzioni, classi sociali e di età, oltre che di  culture, è stato riconosciuto come necessario. Una mescolanza, però, non tanto in edifici diversi, quanto su diversi livelli,  immaginando, ad esempio, che i piani terra possano essere dedicati a funzioni economiche o agli anziani, i piani intermedi alle famiglie e gli ultimi ai giovani. Nel mio contributo, ho cercato di inquadrare il concetto di bellezza, non l’unico possibile, ma quello più definibile, secondo parametri di valore, per non scadere nella vaghezza della bellezza personale e opinabile. I parametri della bellezza che, i più, ritengono caratterizzare la cultura artistica italiana, sono le proporzioni misurate, l’armonia interna e la coerenza col contesto. Ho, poi, spiegato che Milano ha una sua specificità: non è una città di torri, come lo erano quelle in cui le famiglie volevano ostentare la propria ricchezza e potere, ma, anzi, una città di architetture basse, sobrie, in cui la ricchezza si manifesta per la solidità e la cura nella scelta dei materiali e dei dettagli costruttivi. Architetture  utili e funzionali, concentrate  sugli spazi interni, senza volontà di primeggiare o differenziarsi da quelle vicine, ma anzi di creare un continuo omogeneo e rassicurante.

Ci racconti il tuo progetto Milano Monmartre?

Ho voluto rappresentare simbolicamente, in un unico progetto, tutte queste esigenze, ma anche la necessità o l’opportunità di ricollegare tra loro zone di Milano che la ferrovia ha reso separate per decenni, pur essendo parte di un piano che le vedeva contigue.
Un collegamento funzionale ai mezzi pubblici e alla mobilita pedonale o ciclistica, per non rischiare di portare traffico in zone che, fino ad oggi, ne sono state preservate. Un collegamento soprattutto spaziale e visivo, per creare nuove prospettive, vedute interessanti, spazi pubblici accoglienti, ma sobri, nel rispetto del carattere dei milanesi.
Ho, poi, considerato come Milano si sia spesso ispirata alla architettura ed all’urbanistica parigina, imitandone i viali alberati, le strade a raggiera, le tipologie edilizie e, talvolta, anche gli abbaini ed i tetti spioventi, ricoperti in lamiera zincata.
Non era, quindi, fuori luogo pensare di ispirarsi a Montmartre e vedere un’area milanese con una chiesetta in un luogo elevato, che costituisse la meta di un itinerario a piedi tra case di stile tradizionale, piazzette, piccoli giardini pubblici e privati,  qualche scalinata e magari una terrazza nascosta e tranquilla, affacciata sul verde, dove gli innamorati possano scambiarsi un gesto affettuoso.
Urbanisticamente, il progetto si colloca a cerniera dell’area compresa tra le vie Caracciolo e Principe Eugenio da una parte e Lancetti – Jenner dall’altra dell’attuale scalo Farini.peugenio
Ho immaginato una collina in lieve pendio
, dove la linea ferroviaria rimane al suo posto, protetta da una galleria, senza interrare i binari con i relativi costi e problemi di servizio.  Realizzando fondazioni a partire dalla quota attuale di campagna, si avrebbero grandi spazi coperti, sotterranei ,per gli usi più svariati, alternati a zone di terrapien,o per garantire la permeabilità del suolo a verde.
Sopra la collina, gli edifici, volutamente densi, creano l’effetto città, consentono di disporre di una grande superficie di pannelli solari, adeguatamente mimetizzati, come  coperture, ed assieme alle costruzioni ad isolamento passivo e ad impianti di riscaldamento di ultima generazione, che consentirebbero l’autonomia energetica di tutto il quartiere.
Immagino uno spazio riservato ai pedoni e alle biciclette, privo di traffico di mezzi a motore che resterebbero tutti nel sottosuolo, ma con strade tradizionali, percorribili in caso di necessità e completamente privo di ostacoli alle disabilità. Un quartiere dal volto amichevole; con i negozi, le passeggiate, gli angoli romantici; un luogo in grado di attirare non solo abitanti, ma anche attività economiche, creative e culturali. E un parco enorme in cui ricreare le suggestioni del paesaggio agrario lombardo,  con una  visuale definita e riconoscibile dietro la villa Simonetta, di cui verrebbe rispettata
l’ ambientazione naturale, e con la possibilità di accogliere iniziative e persone di ogni categoria sociale.
Questa proposta nasce dalle caratteristiche e dalle esigenze specifiche  di scalo Farini;  per ognuno degli altri scali si potranno pensare le soluzioni più adeguate per creare luoghi di interesse e di emozione nel rispetto del contesto storico.south

Come si colloca la tua idea con i  problemi dell’edilizia a Milano nel recupero degli scali ferroviari.

Credo che il problema principale dell’edilizia milanese sia, oggi, la scarsa appetibilità dell’offerta, per i suoi costi eccessivi e la mancanza di qualità di vita.
I quartieri dei grattacieli sembrano scollegati dalla normale vita cittadina, mancano del carattere della quotidianità e, perciò, non trovano acquirenti.
In questa occasione di discussione pubblica, ho, però, ritenuto di concentrarmi sul compito principale dell’architetto, che è fare proposte per orientare i decisori e la cittadinanza a compiere una scelta tra un modello di edificazione alta, che confligge con l’esistente e si è dimostrato fallimentare, ed un modello che invece si raccorda alla città esistente, confermando e proseguendo le forme edificatorie della città storica.
In un quartiere come Milano Montmartre la progettazione dei singoli edifici potrebbe essere affidata a una molteplicità di architetti che, nel vincolo di altezze e misure stabilite, potrebbero trarre ispirazione dai caratteri stilistici storici, per esprimere la propria creatività.  Dalla suddivisione degli incarichi, ne guadagnerebbe la varietà delle architetture e l’interesse culturale e turistico.

Quale destino per Milano Monmartre?

Il progetto è stato visionato da tutto il tavolo e dalla team leader, che ha  espresso il suo apprezzamento ed il desiderio di conservarne traccia, ma, per ora, è visibile sulla mia pagina Facebook. Per me, si tratta di un progetto popolare, a cui spero molti possano partecipare per contribuire al suo sviluppo. In fondo occorre solo di farlo conoscere alla maggior quantità possibile di persone, presentarlo al Comune, alla presidente di Ferrovie dello Stato, la milanese Gioia Ghezzi, e alla cittadinanza. Farlo diventare il progetto della gente per Milano. Poi, come si dice da noi, “Se la và… la g’ha i gamb”.