Il PD e la rappresentanza mancata

Una manifestazione di precari della scuola a Roma, in un'immagine d'archivio. "Un esercito di 230 mila precari in scadenza.Una vera e propria bomba sociale che potrebbe esplodere il 31 dicembre",quando a gran parte degli oltre 160mila precari della P.A scadrà il loro contratto di lavoro. Allarme Cgil, che avverte:"Questa bomba deve essere disinnescata attraverso un provvedimento urgente di proroga immediata dei contratti". ANSA/GUIDO MONTANI

di Giordano Di Fiore

Lo avete già letto un po’ dappertutto: il PD vince tra i ricchi e perde tra i poveri. Cerco di semplificare, perché, tanto, gira e rigira, il concetto è questo.

Renzi non ha sicuramente la colpa di questa “rappresentanza tradita“: restando semplici e un po’ banali, pressoché chiunque si è trovato a commentare le profonde trasformazioni avvenute nella società durante lo scorso secolo. Non esistendo più la dicotomia padrone-operaio, la disarticolazione rende arduo lo sforzo per conciliare i molti interessi che competono sulla scena: restando nel mondo dei salariati, sicuramente gli interessi dei lavoratori a tempo indeterminato con art. 18, di quelli senza art. 18, dei lavoratori a tempo determinato, a chiamata, a voucher, a partita iva, in nero, ecc. spesso sono in competizione. Se poi ci mettiamo dentro pensionati, esodati, disoccupati (di breve, medio, lungo periodo), piccola e media impresa – per restare nell’ambito di una rappresentanza potenzialmente “di sinistra” – capite che intercettare il consenso diventa un’operazione pericolosa, che rischia di scontentare tutti, per non lasciare indietro nessuno.

I partiti sono organizzazioni: come tali, hanno un precipuo scopo, quello della propria sopravvivenza. Pertanto, la ricerca del consenso si orienterà in modo da massimizzare il risultato (in termini di elettori, risorse, visibilità, ecc.). L’innegabile miglioramento delle condizioni economiche degli italiani (parliamo del periodo “pre-crisi”) ha, di conseguenza, spostato il bacino di utenza della sinistra tradizionale, andando ad occupare spazi sempre più al centro, lasciando scoperti alcuni settori marginali, sotto tutti i punti di vista. Il sistema elettorale, che, normalmente, segue gli umori della popolazione, è virato in senso maggioritario, con un referendum a furor di popolo. Questo ha ancor più favorito il sorgere dei “partiti piglia-tutto”. Il PD, fusione di DS-PDS-PCI con la Margherita-sinistra DC, rappresenta il concretizzarsi del nostro racconto.

Poi, è arrivata la crisi, evento che era stato previsto, data la progressiva finanziarizzazione dell’economia, oltre alla sua mondializzazione. Le condizioni economico-sociali sono peggiorate per una grande fetta di popolazione. Ed i fenomeni migratori, causa modifiche degli equilibri di forza sullo scacchiere internazionale, hanno fatto il resto.

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I risultati sono stati molteplici: analizzando lo spettro politico, si è allargata moltissimo la fascia di popolazione non rappresentata, ed i partiti sono andati in crisi. Assistiamo, così, alla nascita del Movimento 5 Stelle, il quale, in modo sempre più prorompente, va ad occupare proprio quella fetta di mercato rimasta scoperta. Come un warrant al ribasso, ha scommesso sul prolungamento della crisi, mettendo come posta il proprio futuro politico.

Gli altri competitors hanno inseguito l’onda: Bossi si è trasformato in Salvini e la destra sociale si è decisamente radicalizzata. Lo stesso PD ha cominciato a sintonizzare le antenne sul nuovo spazio politico emergente: così, ha partorito Renzi. La metafora della rottamazione è stata un importante cavallo di battaglia, una potentissima arma di comunicazione. In sintesi, si tratta dell’idea di rottura nella continuità: il cosiddetto asso pigliatutto, l’uovo di Colombo. Ha funzionato. Poi, però, i nodi sono venuti al pettine: la strategia di comunicazione  è stata vincente, ma, in soldoni, non sono arrivati i fatti. La rottamazione non c’è stata, soprattutto non c’è stato il cambiamento promesso nella rappresentanza. Ed, infine, l’Italia, ahimè, non è ripartita.

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Qui arrivano i guai, oltre agli errori di valutazione. In particolare, ciò che salta prepotentemente agli occhi negli ultimi è l’acutizzarsi della tristemente famosa Questione Meridionale. La peculiarità italiana, dalla sua fondazione in poi, è proprio questa: una spaccatura orizzontale, profonda, insanabile tra nord e sud. Nessuno ci vuole sbattere la testa su questa roba, perché è un grattacapo tremendo. Recentemente, hanno provato a cambiare la costituzione per federalizzare, con l’ultimo referendum si è provato nuovamente a centralizzare. Sono palliativi, come si vede: si naviga a vista. Non c’è un reale progetto, un’ idea chiara. Spuntano, qua e là, il ponte sullo stretto, la riqualificazione di Bagnoli, gli sgravi per le assunzioni…La verità è che al Sud si campa di meno, e si campa peggio. Dall’unità ad oggi, il Sud sta all’Italia come il Messico agli USA.

Questo è, a mio parere, il PROBLEMA DEI PROBLEMI. Se non si mette mano alla Questione Meridionale, non c’è PD o Movimento 5 Stelle che tenga: si resta solamente nel campo del marketing. Che fare, dunque? Questo, sì, non è un discorso semplice (personalmente, ho delle idee precise): principalmente, bisogna restituire al Sud quello che, in questi lunghissimi anni, gli è stato inesorabilmente tolto, a cominciare dalla dignità.

Una volta chiarite ed affrontate le verità storiche sul Bel Paese, rimangono un bel po’ di questioni aperte, che passano per il voto giovanile, quello del precariato e delle classi più disagiate. Inoltre, non ci scordiamo che l’Italia resta pur sempre il secondo Paese più industrializzato d’Europa: anche se non più molto in auge, insomma, il blocco studenti-operai rimane un bacino d’utenza di non poco conto.

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Tornando al mondo virtuale del marketing, ciò che può fare, oggi, la Sinistra per rimanere al governo, in questo clima di ritorno al proporzionale, è quello di federarsi. Dunque, Renzi andrebbe a completare il suo Partito della Nazione, espellendo i ribelli. Questi ultimi andrebbero ad aggregarsi, non si sa se con Pisapia o chi per lui, in una forza politica ben radicata a sinistra. E la federazione dei due nuovi soggetti andrebbe a riempire quegli spazi, oggi, “traditi”, soffiando il posto ai 5 Stelle. Naturalmente, i nomi derivati da una certa sinistra botanica (quercia, ulivo, margherita, ecc.) non potranno più essere spesi: gli spin doctors penseranno a creare qualcosa di più convincente, più adatto a questi nuovi tempi, in cui è imprescindibile parlare alla pancia delle persone.

Tuttavia, noi speriamo che, a questa auspicabile federazione laburista, seguano anche dei fatti concreti. Per il momento, ci auguriamo che, al verticismo imperante, si torni a far dialogare la base, ed i corpi intermedi, dando nuovamente rappresentanza e voce a tutti coloro cui, progressivamente, è stata tolta. E, ripeto, non (solo) da Renzi.