Cinico SI

di Michele Molé
Pensavo sinceramente di evitare alla collettività un post referendario, però siete davvero tanti a chiedermi cosa voti il 4? Quindi, eccovi una sana dose di opinioni non richieste, corrette da un’altrettanta sana dose di non voglio, ma devo.

Nel caos della comunicazione di oggi, essendo tramortiti ogni minuto da decine di informazioni più o meno rilevanti, l’unico modo per farsi notare un pelino in più è urlare più forte. Se esasperi, l’attenzione la acchiappi con facilità e si ottengono quelle che, per me, sono in egual modo la campagna per il “Sì” e per il “No”. Cerchiobottismo? No, so bene cosa votare: Sì. Faccio questa premessa, perché mi accorgo di avere molti amici indecisi, che mi chiedono quello che provo a spiegare adesso, e che non trovano soddisfazione e completezza in nessuna delle due campagne politiche e informative, come se avessero bisogno di una sorta di “neutralità”.
Mi è capitato di prestare ad un’amica indecisa due libri, uno per il Sì di Ceccanti e l’altro per il No di Travaglio. Lei mi guarda e mi fa: “Ma sono entrambi di parte”. Mi ha un attimo spiazzato: come dovrebbero essere? Ovviamente sono schierati, tutti siamo schierati se supportiamo una ragione piuttosto che un’altra. Poi, ci ho riflettuto: quello che mi chiedeva non era tanto neutralità su un tema così, dove è impossibile esserlo (Sì o No, non c’è tanto da fare), ma qualcosa o qualcuno di cui fidarsi, dove le ragioni che vengono date sono genuine e non con doppi fini. Obiettivamente, una persona senza particolari inclinazioni, che volesse davvero informarsi, si trova da una parte un comitato che profetizza valli fiorite, Pil in crescita, mai più problemi nella vita e il pane in tavola ogni mattina, dall’altra parte sempre profezie, ma su ecatombi, la fine della democrazia, strapotere del Governo e così via. È difficile convincersi con questi argomenti.
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Quindi, pur essendo schierato, proverò a scrivere il perché del mio voto, con tutto quello che penso di buono e di negativo e del perché, alla fine, sulla scheda segnerò il Sì.
Sui contenuti, mi limiterò a quelli che reputo fondamentali.
Personalmente, trovo interessante e utile avere solamente la Camera dei Deputati che dia e tolga la fiducia al governo. Proprio l’assetto costituzionale attuale, che prevede l’elezione su base regionale dei soli senatori, non ha praticamente mai permesso ad alcun esecutivo di avere maggioranza al Senato. La conseguenza è che il Governo Renzi è il 63° della storia repubblicana su 17 legislature (dal 1948) e il 4° più longevo (poco più di 2 anni). Ma furono anche conseguenze il Governo Fanfani I e Governo De Gasperi VIII che durarono rispettivamente 22 e 32 giorni. Capite che parliamo di Governi della Repubblica che hanno avuto una durata pari a soggiorni presso Milano Marittima in alta stagione. Poi per carità, tra di noi ‘sti giochetti possiamo pure farli per non annoiarci, ma, amici, non possiamo fare finta di essere soli nell’universo, non possiamo spedire in giro per il mondo Presidenti del Consiglio a giorni alterni. Oltretutto, non sarebbe male nemmeno avere governi con l’obiettivo minimo di completare almeno metà del loro programma.
Abbiamo avuto una storia particolare, la nostra costituzione è antifascista ed è stata modellata sul cadavere di un apparato precario, ma molto diretto. Governare in dittatura è ovviamente e chiaramente più facile. Questo ha segnato profondamente gli anni a venire e i deputati della costituente ci hanno consegnato esattamente quello di cui il nostro paese aveva bisogno: una democrazia forte e monitorata, in un contesto internazionale tra le altre cose molto diverso rispetto ad oggi. Questo cosa ha portato? Al celeberrimo bicameralismo perfetto, duplicato di due camere per consentire un maggior controllo dell’esecutivo, due camere con le stesse funzioni, ma in verità molto diverse, a partire dalle modalità di elezione e di diritto di voto che ben conosciamo. Questo meccanismo forte, e a suo modo efficiente, ha funzionato. Un forte contrappeso per evitare governi “esuberanti”, l’obiettivo era centrato. Contrappesi che, ricordiamo, hanno portato all’operatività della Corte Costituzionale, nel 1955, che, poveretta, si è trovata con estremo ritardo a dover cassare a suon di sentenze gran parte dell’ordinamento fascista che il Parlamento non riusciva a superare. Hanno portato, anche, alla costituzione delle Regioni nel 1970.
Questo retaggio del Governo forte “malsano”, che riecheggia la dominazione fascista, nel 2016 ce lo abbiamo ancora. Ho sentito ad un dibattito qualche giorno fa che se passerà questa riforma avremo una dittatura di 5 anni (ndr sì, lo so, il famoso combinato disposto. La riforma della legge elettorale è evidentemente collegata, ma porta a dittature la vocazione maggioritaria in un paese atrofizzato da proporzionalità andante? Non lo scopriremo mai, visto che questo benedetto Italicum sta per essere cambiato). Personalmente, trovo questa affermazione allucinante, ma se la inquadro in quest’ottica capisco l’atteggiamento. È il nostro atteggiamento, figlio dei nostri genitori e dei nostri nonni, che richiama molto lontanamente il ventennio, richiamo che è stato giustamente messo a tacere con una forma costituzionale a ciò tesa, richiamo che ha portato ai 63 esecutivi della durata di una vacanza con gli amici. Penso e spero sia arrivato il momento di crescere: non è malsano avere la maggioranza in Parlamento e tantomeno governare una legislatura intera, chiunque vinca. Questo per dire che, comprensibilmente, nelle nostre teste degli esecutivi della durata di 5 anni stonano rispetto a quanto siamo abituati, ma prima o poi ci dovremo arrivare. Il succo qual è: per me è fondamentale avere un solo soggetto che dia e tolga la fiducia. Il resto viene da sé. Questa affermazione ve la approfondisco più avanti, quando parlerò dei dubbi.
Sulle Regioni: vengono tolti dei poteri? Sì, e meno male. Altro tema vessatorio già sentito, ma a mio modo di vedere corretto: la riforma del 2001 è sbagliata, abbiamo tentato di fare i leghisti ma ci è riuscito male. Su questa parte avremo scritto chi fa cosa, con molti temi prima dati alle Regioni ora in capo allo Stato. Sì, è accentramento, ma è assurdo che su temi di rilevanza nazionale ci siano 21 leggi diverse. Ah, poi, la clausola di sussidiarietà, maledetta. In pratica, la riforma prevede che in caso di interesse nazionale il Parlamento possa scavalcare le competenze regionali. Pazzesco? Per me no, anzi, anche qui: era ora. Non siamo una Repubblica Federale, se lo fossimo stati, allora sì che mi scandalizzerei.
Ma non è tutto rose e fiori. Pure la campagna del Sì, ogni tanto, mi lascia perplesso. Grande, grandissimo tema, motore della deriva autoritaria acclamata dal No è la previsione di uno strumento in più per il governo nei confronti del Parlamento: sui ddl di iniziativa parlamentare, centrali per l’indirizzo politico e di governo, viene posto un limite di 70 giorni per l’approvazione da parte del Parlamento. Dalla parte del No viene visto come autoritarismo becero, dalla parte del Sì lo strumento che porrà finalmente fine all’uso indiscriminato dei Decreti Legge e Decreti Legislativi da parte dell’esecutivo. Partiamo da una considerazione: la separazione dei poteri, in Italia, mi duole constatare essere una carineria, una gentilezza costituzionale che svolazza qua e là, mentre a terra la Corte Costituzionale e la giurisprudenza sostanzialmente legiferano assieme al Governo, col Parlamento che annuisce e il Presidente della Repubblica che firma qualsiasi cosa. Questa che definirei, scherzosamente (ma neanche troppo), la forma materiale del nostro ordinamento è più o meno quella che si è subito assestata già dagli anni ’50, basti pensare alla frenesia della Corte Costituzionale, nata in ritardo, e già con una mole di lavoro arretrato. Capite che, in questo contesto, la previsione di questo strumento non vincola in alcun modo l’esecutivo a non continuare con l’uso dei D.Legge e D.Legislativi, che a mio modo di vedere continuerà tranquillamente a usarli, perché ormai si fa così e così si è sempre fatto, avrà semplicemente uno strumento in più che non stravolge le cose.
Altro tema sul fronte del Sì che, ammetto, continua a lasciarmi qualche dubbio è la definizione completa di dove esattamente rimane il bicameralismo perfetto, perché, da come si legge, è molto vago, specie sugli enti locali, ai quali, volendo, si possono ricondurre molte cose. Ma, come è stato negli anni ’50, molto sarà da definirsi successivamente, tramite leggi ordinarie e prassi. Se lo trovate scandaloso, leggetevi la legge 400\1988, poi ci sentiamo. In questo frangente, ricollegandomi a quanto lasciato in sospeso prima, ricordo ancora come sia importante avere solo la Camera a dare la fiducia. In questi punti, dove invece troviamo le attribuzioni legislative, ammetto che, per me, non è stato pensato benissimo (anche qui colpa dei compromessi in aula per permettere i vari passaggi parlamentari). È un punto critico ma che, ripeto, per me sarà la prassi a limare e perfezionare, come è stato già qualche decennio fa con la allora “nuova” costituzione.
Altro microtema, dove ammetto la mia perplessità, è: in un senato degli enti locali, che ci mettiamo a fare i nominati per meriti illustri dal Presidente della Repubblica? Anche questo, come i miei dubbi precedenti, sono frutto dei compromessi necessari a partorire la riforma, negli anni scorsi.
Questi che avete letto sono i miei argomenti, che, come vedete, sono disparati e toccano entrambi gli schieramenti. Non sono tutti, perché altrimenti non si finisce più, ho preso quelli che secondo me sono pregnanti.
Quando mi trovo a bilanciare, conto i benefici e gli svantaggi che ogni scelta mi porta. E dal mio punto di vista il Sì, per tutte le ragioni che probabilmente avete letto (complimenti a chi ha resistito fin qui), prevale in termini di vantaggi sul No. E non è la soluzione a tutti i nostri problemi, è un passaggio. Un passaggio importante, che risolve uno dei problemi che abbiamo, cioè la scarsa efficacia di governo e scarsa chiarezza amministrativa e legislativa a livello centrale e regionale. Un problema che c’è ed è distante, il più distante che ci sia nella nostra quotidianità, sulla quale sicuramente ci saranno delle ripercussioni indirette, ma che non giustifica campagne canonizzatrici. Che non risolverà il problema del lavoro e della pressione fiscale, né della corruzione, né della povertà, che non porterà a dittature o confusione maggiore rispetto a quella attuale. Una scelta che, comunque sia, ci accompagnerà per un po’ di anni.
È una delle tante questioni aperte, la cui soluzione mi soddisfa.
Fine, avanti la prossima.
P.S. Una dolce carezza a chi voterà No, perché l’articolo 70 riformato è lunghiiissssimissimissimo, mentre l’attuale sono solo 2 righe e allora cosa vogliamo semplificare, oltre che un abbraccio grandissimo a chi voterà Sì per un Pil al +4%.