La danza degli ELEMENTI in scena all’Hangar Bicocca

di Giordano Di Fiore

Non scriverò di arte in modo professionale. C’è chi lo fa molto meglio di me, non sono un critico, né uno storico. Ne scriverò in modo emozionale. Trovo che, questa, sia la chiave di lettura giusta, quando ci si approccia ad un percorso, come quello proposto da Hangar Bicocca: mi riferisco a Situations, di Kishio Suga, in scena fino al 29 gennaio 2017.

Parlo di “scena”, perché le installazioni dell’artista giapponese sono una particolare rappresentazione della realtà. Come tutte le rappresentazioni, a differenza di quanto l’arte ci abbia solitamente abituato (un quadro, ad esempio, è un bene materiale, durevole), Situations volgerà al termine, avrà una fine. Come i mandala tibetani, che sono appositamente distrutti, una volta completati, o, se vogliamo, le creazioni su muro della street art, che si logorano con il tempo, fino a scomparire oppure ad essere ricoperte, ecc., le installazioni di Kishio Suga, al termine della mostra, vengono, necessariamente, smembrate. Per caratteristiche proprie dei materiali utilizzati (ne parleremo più avanti), non potranno essere riprodotte nello stesso modo. Da qui, il nome Situations: Kishio propone in differenti luoghi del mondo le sue installazioni, ma, ciascuna volta, verranno adattate dall’artista agli spazi con cui deve misurarsi. Parliamo, dunque, di rappresentazioni, “situazioni”, certamente ripetibili, ma MAI NELLO STESSO MODO. Questo è un punto fermo di grande importanza, quando ci si va ad immergere nelle opere dell’artista.

Si accennava, doverosamente, ai materiali: sassi, legno, fieno, paraffina, cemento, olio industriale, corde, fili e sbarre metalliche. Parte di questo materiale viaggia con l’artista. Parte viene reperita in loco, dopo attente ricerche sul territorio. Adesso, si chiarisce meglio quanto affermato sulla ripetibilità delle installazioni: molto materiale non può essere recuperato. Ecco perché si tratta di opere atipiche: ripetibili, come dicevamo, ma sempre differenti.

La potenza che scaturisce da questa miscela è infinita. Un continuo gioco tra rigore, tensione, cinetica e movimento. Potete osservare, di seguito, alcuni semplici scatti, realizzati con un cellulare: foto di scarsa qualità, che hanno il vantaggio di esaltarne il contenuto. Non c’è trucco:

In sintesi, osservando ogni opera ci si sofferma sul punto di equilibrio, ricavato da una staticità prodotta da tensioni di movimento contrapposte. Per cui, il rigore finale è molto lontano da quanto può evocare un giardino zen, o un percorso meditativo. L’equilibrio, qui, è il frutto di perpetue forze intrinseche, che si scontrano e si incontrano. E’ una staticità di movimento, come fosse la girandola dei Sufi, per restare in ambito spirituale. I materiali, peraltro, in alcuni casi, sono “vivi”: sentirete l’odore del legno, del fieno, dell’olio industriale. Quest’ultimo, colato su un’opera cementizia, dove la tentazione è quella di immergervisi dentro.

Non voglio aggiungere altro, lasciandovi la curiosità di entrare nel particolare mondo creato da Kishio Suga.