L’odore del SANGUE

Candle, picture by Giordano Di Fiore

un racconto di Giordano Di Fiore

Sangue, sangue, ancora sangue. Dalla finestra della stazione meteorologica di Caleb-Athan, dove ci siamo rifugiati per sfuggire alle bombe ed agli attentati, non si riesce a distinguere più nulla.

Soltanto un gran polverone, e l’odore acre del sangue rappreso, che prende allo stomaco, senza possibilità di soluzione: siamo qua da tre mesi, e non mi riesco ancora ad abituare.

Ormai sono 10 giorni che nessuno riesce a mettere fuori il naso di qui. E’ tutto un via vai di camionette, la notte è illuminata a giorno dai razzi di segnalazione, e dai missili che ogni decina di minuti si abbattono lungo un’area di almeno 250 km dal punto in cui siamo posizionati.

Il governo di Tar-al-Azaar ci ha concesso temporaneamente questo rifugio, quando la situazione è diventata fuori controllo. Oltre a noi, ci sono giornalisti di Germania, Francia, Svizzera, Inghilterra, qualche russo, ed un solo cinese. Gli americani sono stati fatti fuori tutti, come rappresaglia. Erano stati chiesti degli scambi abbastanza impari, ed il Pentagono non ha accettato. Ma, sinceramente, nessuno si aspettava una reazione del genere. Tutti eravamo convinti che si sarebbe raggiunto un pur labile accordo, che avrebbe portato ad una temporanea tregua. Non è stato così. Ed è così che, adesso, tutti noi siamo rassegnatamente in attesa del nostro destino. Nonostante questo, provo a scrivere queste poche righe, perché, come si sa, la natura umana è dura da sopprimere. Fino al secondo stesso in cui il cuore termina di battere, non si rinuncia alla speranza. Ed io non faccio eccezione. Dunque, segretamente, mi immagino un giorno il mio rientro a Roma, in una calda domenica di sole, magari accolto come gli americani alla fine della guerra, con delegazioni ufficiali, inviati speciali, flash, telegiornali, e gente festante. E, nel frattempo, cerco di fare spazio a qualche lampo di lucidità, e tento di mettere ordine, pensando al caro lettore, che, prima o poi, troverà la possibilità di conoscere una piccola testimonianza di questo assurdo casino.

Dunque, cos’è successo? In sintesi, sei mesi fa, re Alahim ha azzardato una dichiarazione. Tutta la penisola del Gifran è nostra, è così che racconta la nostra storia, è questo che presentano tutti i libri sacri, quello che tramandano i nostri vecchi, le leggende che vengono raccontate alle nuove generazioni.

Non c’è spazio per nessuno, disse il re. Chi è dentro la striscia, ma con un sangue differente da quello dei nostri avi, andrà inesorabilmente debellato, una zanzara malarica, il germe del demonio che si insidia tra le nostre genti. Non baderemo più a niente, diplomazie mondiali, osservatori, accordi, relazioni commerciali. Avete un mese per lasciare i territori, oltre quella data sarà la morte, sarà la legge del sacro Al-taar-eloim a comandare, non avrà scampo nessuno.

I sei mesi sono passati. I territori non si sono svuotati, se non in minima parte. Ultimatum scaduto. Punto. Re Alahim ha mantenuto le promesse. Non c’è più spazio per i cani di Gita: il popolo del Farthud va annullato.

La cosa anomala è stata la modalità di azione. Qualcosa di mai visto nella storia moderna e contemporanea: re Alahim, insieme al Consiglio dei 100, ha requisito un territorio ad est del Gifran, occupandolo militarmente, senza trovare grosse resistenze. Il territorio del cosiddetto Fathur, transitato per lo più da piccole tribù nomadi, ufficialmente parte del regno di Yaar. Ma, come si sa, lo Yaar ed il regno Elys di Re Alahim sono sempre andati di comune accordo. Principalmente, Alahim ha sempre utilizzato lo Yaar come una sua seconda terra, in cambio di favori commerciali, reclutamento di mano d’opera non specializzata, smercio di materie prime a costi agevolati. Anche in questa situazione, gli accordi non sono stati smentiti, e, in modo soprendente, in 10 giorni, dico soli 10 giorni, Re Alahim ha spostato nel territorio del Fathur TUTTA la popolazione del Gifran, “cani” di Gita eclusi, naturalmente. E poi ha cominciato il massacro: razzi, mortai, missili, aerei, bombardamenti. Una politica di distruzione selvaggia che mai aveva avuto corso nella storia mondiale.

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E’ andata avanti così, di fronte agli occhi sbalorditi di tutti gli osservatori, per due settimane, una mattanza, una carneficina senza eguali, quasi  mezzo milione di morti, pari a tutti gli abitanti stranieri della striscia.

Il popolo del Farthud, comandati da Re Kaal, si è organizzato, ha costruito accordi, ha trovato l’alleanza degli stati del Kiirim e Sam Azaar, da sempre in disaccordo con il regno di Elys. Ed ha organizzato un’invasione della capitale Sal. Quasi 10mila soldati hanno attraversato i confini desertici ad ovest, senza essere intercettati dalle forze nemiche, che ingenuamente sono rimaste a guardare i confini a sud di Guttra, ipotizzati come la via maestra per il contrattacco.

E qui entriamo in scena noi. I giornalisti, dall’inizio del macello, avevano cominciato ad arrivare a Sal, ospitati dalle varie ambasciate, e nei pochi grandi alberghi della capitale. Ma, da subito, si è capito che la situazione sarebbe stata più complicata che altrove. John Malvin, corrispondente inglese, ucciso per errore ad un posto di blocco. Evaristo Alvarez, giornalista di origini argentine residente in Spagna, fatto schierare contro un muro e falcidiato, con l’accusa di spionaggio nemico. Italo Giorgi, nostro connazionale, defenestrato. Perché? Non siamo riusciti a capirlo. Tensione in crescita, ma in fondo resistevamo. Il senso di sfida, la vocazione, l’idea di missione, l’ego, la centralità dell’informazione per gli equilibri della società moderna. Tutto questo ci ha tenuto qui, fino all’incidente con gli americani. Gli americani da sempre schierati con Alahim non possono rivendicare le stesse posizioni dopo il massacro. Viene chiesto al Pentagono di collaborare nei pattugliamenti. E soprattutto viene chiesto di consegnare “cani di Gita” per un processo sommario. I militari americani, capendo che la situazione sarebbe velocemente degenerata, avrebbero volentieri consegnato i due sprovveduti, detenuti con una generica accusa di terrorismo, da almeno due anni e mezzo nelle patrie galere americane. Ma ormai l’opinione pubblica si era interposta nei dibattiti e nelle trattative. Ed i prigionieri sono rimasti in New Mexico.

E rappresaglia fu: in pochi minuti dal rifiuto, ambasciata americana assaltata, e nuova, piccola, carneficina.

Noi giornalisti non potevamo più stare. Questi i messaggi, di quei pochi militari ancora non totalmente accecati dalla pazzia. Ed un suggerimento: la stazione meteo di Caleb-Athan, che, a poco a poco, abbiamo cominciato a raggiungere con le camionette, insieme ad un discreto numero di scorte alimentari. E così, siamo qui, asserragliati, rassegnati, umiliati dalla consapevolezza di essere totalmente inutili, quasi incapaci di scrivere anche mezza riga.

Inutile adesso scrivere banalità..e quando le scorte finiranno? E se, prima, ci ammazzano tutti? Eccetera. Non è questo il punto.

E’ la sensazione di immobilità, il blocco, l’empasse totale, che più ci fa agonizzare. Non abbiamo nessuna informazione, nessun contatto da fuori, nessun mezzo di informazione, niente connessioni, niente wireless, niente satelliti, ma neanche carta stampata, telefoni, telex.. CHE CAZZO FACCIAMO QUI DIO SANTO?

E questo dannatissimo odore di sangue, dà allo stomaco, l’ho già detto, ma forse non lo avete capito bene: fa VOMITARE, capite? Fa schifo, non si riesce a stare, non si riesce a sopportare, a dormire, a cagare, a mangiare, sempre con questo odore, e con questa polvere, che oscura tutto, questo dannatissimo orizzonte rovente, assolato e terribilmente plumbeo.

E poi, io con gli altri giornalisti non riesco a parlare. Gli italiani sono dei cagasotto piagnucolosi. E, con tutti gli altri, non ho nessuna voglia di parlare inglese. Parlare un’altra lingua in una situazione come questa? Ma ve lo immaginate? Anche per condividere il vomito ci vuole una base comune.

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Eppoi, non c’è la gentilezza di uno sguardo femminile, soltanto due giornaliste arabe, che non si filano nessuno. Rimane il problema. Sempre lo stesso: condividere, compresi i nostri umori di belve, tradite dall’istinto. Ed ecco il desiderio di una donna, l’unico diversivo che possa risollevarmi da questo senso di morte.Questa sera parto per la città. A piedi. Non mi importa. Sono 25 Km, non conosco la strada. Non importa. Da adesso, rassegno le mie dimissioni da professionista della comunicazione. Non sarò più un cercatore di notizie, un cercatore della verità. Sono un cercatore della vita, trovassi pur la morte.

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