Finché SESSISMO non vi separi

Parcheggi Rosa, foto di Giordano Di Fiore

di Lucia Giorgianni

“Se vince Sala, nel suo consiglio ci saranno quindici donne, se vince Parisi ce ne saranno solo quattro”, a questo grido si svolgeva la campagna pro-Sala; “finalmente un sindaco donna!” hanno sbandierato molti comuni alle amministrative;voto alle donne, se devo scegliere, scelgo donna!recitava lo slogan di una campagna sociale.

La soddisfazione per il progresso in campo politico e sociale delle donne è innegabile, la portata del fenomeno appare ben chiara, non serve sprecare qui altre parole per sottolinearlo, ne siamo tutti ben consapevoli, come ben sappiamo che l’obiettivo non è ancora raggiunto, le statistiche lo dimostrano e la matematica dei pregiudizi pure.

Ma siamo sicuri che la strada da percorrere sia il ribaltamento della discriminazione di genere? Il sessismo al contrario praticato dalla donna sull’uomo, suona come la reiterazione dello stesso errore, compiuto dalla vittima contro il carnefice. E siamo daccapo.

In una ideale parità d’espressione, un candidato uomo sarebbe dunque autorizzato ad affermare “votatemi perché sono un uomo, se devo scegliere, scelgo uomo, votate Parisi perché nella sua lista ci sono più uomini”: apriti cielo!

Per centinaia di anni, gli uomini hanno sancito la loro superiorità e hanno usato un linguaggio discriminante. Ora che tocca alle donne, si rischia di macchiarsi dello stesso peccato, declamando virtuosi requisiti femminili, sbandierando l’ormai noiosa questione su quanto la donna sia più sensibile, più organizzata, più orientata agli obiettivi a lungo termine, maggiormente predisposta al pensiero interconnesso che “si oppone” a quello settoriale dell’uomo. Mappe mentali improduttive e sterili, confini che ingabbiano anziché aprire: è la narrazione di una serie di stereotipi sessisti che si avvita su se stessa.

E allora succede, che per rimediare ad un’ingiustizia (la prevaricazione del maschio alle cariche politiche), si è costretti a ricorrere ad un’altra ingiustizia, forse anche più grave: limitare la libertà di voto, sancita dalla costituzione, obbligando a scegliere secondo criteri uomo-donna, quel che si dice “la toppa è peggiore del buco”. Succede anche che si lancino crociate, arrivate fino in parlamento, per conquistare la declinazione al femminile dei nomi delle cariche pubbliche, come se dire sindaco o sindaca cambiasse la natura delle cose, è l’apoteosi della disuguaglianza.

In quest’ottica, diventa importante rilevare che, a Roma, c’è il primo sindaco (sindaca?) donna, che il leader più influente d’Europa (e forse del mondo) è una donna, così come il primo ministro del Regno Unito e come – prevedibilmente – sarà donna il presidente degli Stati Uniti. Ancora una volta si pone l’accento su maschio o femmina e si perde la concezione generica ed egualitaria del termine “persona”, la quale dev’essere capace, onesta, competente, intelligente, giusta, che sia uomo, donna, gay, trans. Si perde la visione fondamentale che riguarda la virtù morale dell’individuo, non dipendente da costruzioni simboliche.

Non è tanto la discriminazione di genere che deve preoccupare, ma il genere di discriminazione. Ragionare per categorie non è mai la strada giusta, non lo era nei secoli precedenti e non lo è adesso.

La terza via è il percorso di evoluzione culturale che smonta certi schemi e restituisce la dignità dell’individuo all’interno della società. Per meglio intenderci, le frasi meschine definite “maschiliste” pronunciate da politici nei confronti di colleghe, non definiscono l’essere maschio, ma l’essere ignorante, aggettivo che affligge l’umanità senza distinzione di sesso. Non si tratta dunque di battersi per contestare l’ingiusta e peccaminosa affermazione dimostrando che è indegna, ma si tratta di lavorare sull’ideologia di un sistema sociale che ha portato fin lì. Lo stesso vale anche al contrario, naturalmente, se chi dimostra uguale noncuranza è una donna, prigioniera di preconcetti e stereotipi.

Fermi tutti, o meglio ferme tutte. La vera emancipazione è l’accesso a uno stato di autonomia scevro da pregiudizi, dove ognuno possa dimostrare con il pensiero e con i fatti le proprie capacità, libero da fardelli antropologici devianti. La sfida è demistificare la gerarchia di genere a favore di una lotta concreta e collettiva verso la giustizia sociale, economica, politica. Tutti insieme, in un’accezione univoca che non prevede la catalogazione in predatori e prede, cacciatori e vittime, orchi e principesse, guerrafondai e angeli.

Un percorso difficile e faticoso, ma che può segnare l’avanzata di un processo storico e culturale, per quel pezzetto che sarà concesso alla nostra epoca.