Comunicato n.9 – Un’estate AL MARE

di Massimo Mascheroni | ODRZ

Agli inizi degli anni ’80, ero solito trascorrere le vacanze estive, al mare, sulla riviera ligure di ponente, insieme ad altri tre disperati. Eravamo i quattro moschettieri.

Io, all’epoca unico patentato, con in dotazione una Autobianchi A112 color caffellatte di proprietà di mio padre, Sergio, il bello della compagnia, attratto in egual misura da musica diversa, demenzialità varie e ragazze, Roberto, detto Robertone, di qualche anno più giovane di me, ma grande e grosso il doppio, Paolo, il più giovane, che noi chiamavamo Fantozzi, non perché assomigliasse a Paolo Villaggio (in realtà era il sosia sputato di Dustin Hoffman), ma perché di cognome faceva, appunto, Fantozzi.

Autobianchi A112

La giornata tipo consisteva nel passare la mattina nel box di Robertone, che lo aveva trasformato in sala musica, ascoltando e commentando tecnicamente i dischi che ognuno di noi si era portato da casa, oppure le novità che andavamo ad acquistare in un negozio del posto: AR1, gestito da tal Totò, che era un balbuziente all’ultimo stadio, eccetto che per quando bestemmiava.

Il pomeriggio invece lo si passava in spiaggia o in giro con la A112.

Un pomeriggio decidiamo di partire, io Robertone e Fantozzi, e percorriamo la panoramica, una strada stretta e tortuosa, che corre a metà collina.A un certo punto la strada è bloccata e dobbiamo tornare indietro.

Il colpo di genio, mio se non ricordo male, fu di percorrere l’intero tratto di ritorno in retromarcia. Gli altri due, entusiasti, appoggiano la proposta.

Quattro, cinque tornanti e curve e io, per comodità, sposto il piede sinistro, quello che si utilizza per frenare, sull’acceleratore. Alla prima successiva curva, imboccata male, istintivamente schiaccio il pedale, ma invece di frenare, avendo invertito i piedi, do un’accelerata micidiale.

L’auto ha uno scatto e si infila in un dirupo, fermandosi contro due alberi. Scendiamo ed io, il più saggio della compagnia, consiglio agli altri di spingere da dietro, mentre, al volante, cerco di ripartire. Risultato, l’auto scende di un’altra decina di metri ancora nel dirupo, quasi in verticale e si appoggia ad altri due alberi.

Risaliamo in strada e decidiamo di avviarci a piedi a casa di Sergio.

Neanche 10 metri e inizia una pioggia torrenziale, forse la peggiore in riviera di tutti gli anni ’80. Tre chilometri sotto l’acqua.

Arriviamo da Sergio, lui chiama a raccolta il resto della compagnia, organizza al volo una raccolta fondi per poter pagare il carro attrezzi, che, nel frattempo, avevo chiamato.

Io e Sergio, con la sua mitica Vespa Primavera blu, scortiamo il soccorso stradale a recuperare l’auto. Il tipo mi chiede come ho fatto; devo aver farfugliato qualcosa che evidentemente non lo ha convinto, comunque recupera l’auto. 60.000 lire Miracolosamente ha solo due ammaccature sul paraurti, di metallo cromato, come si usava allora.

Parcheggio l’auto, sempre sotto la pioggia battente e ci ritroviamo a casa di amiche per rimetterci in sesto. La mattina successiva, verso mezzogiorno, rientro per pranzo e mio padre mi chiede cosa è successo all’auto.

Io rispondo: mah, l’ho trovata così in un parcheggio.

Risposta sua, lapidaria: non ci sono più gli autisti di una volta.

Sono passati più di trent’anni, ed, ancora oggi, nessuno dei nostri genitori e parenti sa di quella avventura.

Mah