Bach, il Re di Prussia e Pitagora

Strano a dirsi, ma Bach in vita era abbastanza conosciuto. Conosciuto come compositore, improvvisatore e organista molto apprezzato, dopo la sua morte (1750) venne quasi subito dimenticato, considerato démodé (il mercato musicale, già allora, non risparmiava nessuno), per essere, poi, rivalutato nel secolo successivo e raggiungere la fama odierna. Nel 1747, J.S. Bach aveva 62 anni e la sua “fama temporanea” lo aveva portato già a Potsdam, alla corte di Federico II il Grande. Il sovrano, da anni, sentiva notizie di questo Vecchio Bach, padre del direttore del coro alla sua corte Carl Philipp Emanuel Bach, e non vedeva letteralmente l’ora di incontrarlo. La sera in cui avvenne l’incontro – così ci riporta Forkel (uno dei primi biografi di Bach) – il Re fece qualcosa di inaspettato: rinunciò al suo concerto serale di flauto, appuntamento ormai sacro a corte. Portato Bach a palazzo, il sovrano insistette affinché provasse tutti e quindici i pianoforti sparsi per le stanze. Dopo averne provati alcuni, Bach stesso chiese a Federico II di dargli un tema per una fuga da eseguire seduta stante. Il Re, ammirato dalla prima esecuzion,e alzò il tiro e gli propose, in seconda battuta, una fuga a sei voci. Il tema dettato non si prestava ad un’armonia così ricca, così Bach ne scelse un altro e improvvisò immediatamente qualcosa di meraviglioso. Sua Maestà perse letteralmente la testa tanto da costringere Bach, il giorno seguente, a suonare lo stesso tema su tutti gli organi di Potsdam.

Bach però non dimentica. Tornato a casa, a Lipsia, riprese il tema dettato dal Re che non si prestava ad una fuga a sei voci, e con la stessa audacia con cui stupì il sovrano, riuscì ad impostare il tema sia a 3 che a 6 voci. Lo fece stampare con il titolo Musikalisches Opfer (L’Offerta musicale) e lo dedicò al suo inventore, Federico II di Prussia il Grande. Accanto a questa vi allegò una lettera piuttosto adulatoria, dove giustificò la sua incapacità di sviluppare il tema durante la visita a corte.

Nella copia che Bach inviò al re, sulla pagina che precede il primo foglio, troviamo questa scritta: Regis Iussu Cantio Et Reliqua Canonica Arte Resoluta

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Intestazione dell’Offerta musicale di Bach

Ora, anche se può sembrare un’analisi complottista, l’acronimo di questa frase (Per ordine del re, il canto e il rimanente risolto con arte canonica) è RICERCAR. Il termine ricercare all’epoca non indicava altro che la forma musicale che oggi chiamiamo fuga (Fuge in tedesco). Questi indovinelli\enigmi furono di proposito inseriti da Bach, il quale non completò mai i dieci canoni dell’Offerta musicale sempre per lo stesso motivo: proporre un tema con indicazioni più o meno enigmatiche, per lasciare che poi qualcun altro scoprisse il canone basato su quel temaEntrambe le fughe dell’Offerta musicale, da 3 e 6 voci sviluppate sul tema indicato dal re, sono un capolavoro proprio perché questo ha un ritmo irregolare estremamente cromatico (cioè pieno di note che non appartengono alla tonalità del tema) e, per un musicista medio, sarebbe stato impossibile dedicargli fughe di tale complessità.

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Il tema regio

Cos’è un canone e cosa combinò Bach? L’idea del canone è che un unico tema venga contrapposto a se stesso, quindi in pratica le varie voci che partecipano al canone eseguono ognuna una copia del tema. Schermata 2016-07-06 alle 22.17.36.png

Per chi non sa leggere uno spartito, l’immagine sovrastante può essere molto utile oltre che esemplificativa: ogni “riga” corrisponde ad una nota, in questo caso partiamo dal Sol fino a salire al Si. Le note del tema le leggiamo quindi da sinistra verso destra e ogni linea colorata rappresenta un tema.

Cosa notiamo? Linea fuxia e quella blu? La rossa e la nera? La verde e l’arancione? Se proviamo a ribaltare una linea per coppia ci accorgiamo che sono due linee identiche! Qui sotto un’immagine più chiara, dove oltretutto si vede la struttura circolare: il canone potrebbe continuare all’infinito!Schermata 2016-07-06 alle 22.24.06.png

L’opera di Bach è considerata massimo esempio della complessa arte contrappuntistica, arte che il Vecchio Bach ha voluto riempire di significato. Una musica che abbracci la sua natura più razionale e matematica, allo stesso tempo abbandonata alla fantasia dell’improvvisazione. Troviamo molte idee e molte forme intrecciate per formare un unico tessuto, con doppi sensi e allusioni sottili. Non a caso, Bach, nel 1747, entrò nella Correspondierende Societät der musicalischen Wissenschaften (Società di corrispondenza per le scienze musicali), e fu, per sua volontà, il socio n. 14 (il numero 14 rappresentava la somma dei numeri corrispondenti a ciascuna lettera del nome Bach: B=2, A=1, C=3, H=8). Inutile dire che la Società aveva un’evidente matrice pitagorica: agli iscritti erano richieste competenze musicali, matematiche e filosofiche; inoltre c’era una pretesa etica, comunitaria e religiosa, dal momento che la Società era fondata “per servire solo la Chiesa e dunque onorare Iddio” e “per l’utilità della Repubblica”. Il fatto poi che non si facesse espressamente il nome di Pitagora era in linea con gli antichi, che non osavano chiamare Pitagora per nome: i pitagorici amavano infatti comunicare in modo ermetico ed occulto, soprattutto attraverso simboli.

Simboli, enigmi, logica e matematica. Dove li avevamo già visti?