Comunicato n.8 – Gli EUROPEI

di Massimo Mascheroni |ODRZ

Accanto alla passione per la musica, da ragazzi amavano passare le serate giocando a calcio, o come si usava dire allora, a pallone.

Il terreno di gioco delle nostre rocambolesche partite, da noi affettuosamente denominate “a porticine”, volendo indicare le dimensioni ultra ridotte delle porte, era quasi sempre il TQ, un piccolo parco in Piazzale Cuoco con un campo multifunzionale di pallacanestro e pallavolo all’aperto.

Gli incontri si svolgevano con una dinamica consolidata.

Ritrovo comune in un punto prestabilito: solitamente una fermata di autobus nelle vicinanze, comoda anche per i non patentati e/o automuniti. Trasbordo di questi ultimi su mezzi autonomi (le auto di chi le aveva) e raggiungimento del TQ, Una volta arrivati, le alternative erano due: formare uno squadrone sfidando altri dilettanti del pallone oppure dividersi in due squadre. Solitamente vinceva la seconda opzione: al TQ di sera non c’era mai praticamente nessuno eccetto noi.

Formate le squadre, si iniziava la partita, con le seguenti poche, ma semplici regole. La prima, importantissima, era riuscire a segnare un gol in più della squadra avversaria, vinceva chi arrivava ai 10.

Poi a seguire:

Non esiste il ruolo di portiere fisso

Non esiste fuorigioco

Essendo precursori del fair play, non c’era mai un calcio di punizione e men che meno il rigore. Nella remota ipotesi di un rigore, lo si calciava a porta vuota, cioè senza portiere a intercettare il tiro. Fine delle regole.

Noi all’epoca eravamo impressionati dal Brasile, zeppo di giocatori stellari, per cui ci eravamo dati alcuni bizzarri soprannomi nella più classica tradizione brasiliana.

Fra gli altri Ze Dario e Ze Fulvio (fratelli nella vita), Serginho, O Rey e Panzao (quest’ultimo soprannome dovuto a qualche chilo di troppo).

Una sera, in trasferta al Parco Sempione, avevamo appena definito le squadre quando si avvicina un ragazzo, oggi potremmo definirlo border line, ma all’epoca quasi tutti lo etichettammo subito come un fumato perso, che ci chiede di poter giocare con noi.

Nessun problema, arruolato immediatamente.

Ora, non è che noi fossimo dei fulmini di guerra, però cercavamo sempre di tenere un ritmo elevato durante la partita. Lui, invece, si capisce da subito che preferisce il gioco del Brasile anni ’70, fatto di attendismo e sprazzi improvvisi con lunghi lanci. Tradotto per i non addetti ai lavori, il tipo si muoveva al rallentatore tirando la palla a caso ogni qual volta gli capitava fra i piedi, commentando a ogni secondo “ragazzi andiamo più piano”, nel senso di rallentare il ritmo. Il tono e la velocità con cui scandiva le parole erano in perfetta sintonia con il senso della frase.

All’inizio, cerchiamo di coinvolgerlo, rallentando il ritmo, ma non c’era ritmo rallentato che lui potesse reggere. Neanche camminando lui riusciva a seguirci.

L’incontro si è protratto per un tempo che oggi ricordo infinito, a una lentezza esasperante e senza via d’uscita. All’improvviso, il tipo, così come è apparso, saluta tutti e si dilegua. Fine dell’incontro e fine della serata.

Ci capitò altre volta di tornare al Parco Sempione: il tipo non si è mai più visto.

Noi, con il passare degli anni, abbiamo anche perso interesse verso il calcio, visto e giocato, e non siamo più neppure tornati al TQ, eccetto per una devastante reunion di una quindicina di anni fa: avevamo gli stessi ritmi di gioco del tipo del Parco Sempione.

Mah