L’ISOLA e lo scambio di Identità

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 di Lucia Giorgianni

Il quartiere Isola è ancora una comunità. Nonostante la rigenerazione urbana che ne ha mutato i confini, il quartiere Isola ha ancora un nucleo autentico. Nonostante il viavai della movida notturna, all’Isola si respira l’appartenenza, l’anima popolare esiste, si riconosce, si lega ai ricordi e anela progetti. Tra quelle case di ringhiera e quei cortili che hanno caratterizzato la sua storia, si custodiscono i valori della vita collettiva; ci si saluta per strada, ci si ritrova nelle Associazioni, nei Comitati di zona e insieme si guarda in alto un po’ preoccupati, come si guarda a un cielo che minaccia tempesta: si guarda in alto verso le cime dei grattacieli.

Qual è la minaccia?

E’ il patrimonio immobiliare pubblico che scivola nelle mani della finanza. E’ la falsa credenza che le grandi cubature ottenute in altezza permettano di guadagnare vaste superfici da destinare al verde pubblico, quando è vero il contrario. E così l’Isola sale, e il contrasto estetico tra il vecchio e il nuovo apre scenari stupefacenti. La Milano che custodisce con discrezione le sue monumentali bellezze viene infranta dalle vette esuberanti dei nuovi palazzi, dai boschi verticali premiati nel mondo. E’ il segno del cambiamento, è l’apertura a nuovi modelli, è un fascino irresistibile che spazia in un diverso modo di vivere la città, arricchendosi di differenze.

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Un’opportunità a tratti mancata: le nuove costruzioni, le strade, le piazze di Porta Nuova-Isola si contrappongono con accanimento all’altra Milano, componendo un’architettura atonale che sfugge alle regole. I capitali impiegati sono stranieri, la conformazione degli edifici anche. Emerge la volontà di somigliare sempre più ad altre grandi capitali europee quali Londra o Parigi. Abbiamo importato nel nostro Bel Paese i paesaggi del Quatar e li abbiamo replicati così bene che  gli emiri se li sono voluti comprare, e oggi il fondo sovrano del Quatar è unico proprietario dei grattacieli dell’isola.

E’ in queste contraddizioni che si consuma il dilemma dei residenti: adattarsi ai nuovi modelli come opportunità di crescita potrà salvaguardare la comunità?

Bisognerà confrontarsi con il pericoloso avvento dei nonluoghi, grandi spazi commerciali, templi di anonimato, come Eataly, per fare un esempio, che richiama turisti con i suoi prodotti blasonati che sanciscono l’aristocrazia dell’alimentazione riservata a un’élite, nel nobile intento di recuperare le sane tradizioni contadine. Si dovrà fare i conti con il pullulare di locali che, accanto a tante proposte vivaci, innovative e culturali, privilegiano l’estetica del consumo e dell’apparenza. Realtà che sgretolano la città anziché unirla, mentre i canoni di locazione aumentano fino al 100% e favoriscono un ricambio di residenzialità, una seconda comunità che ripropone a suo modo altri riti, un altro senso di appartenenza che si sovrappone a quello originale.

La speranza è che non si rinunci all’impiego di capitali nel rinascimento urbano della periferia, basato sui concreti valori dell’efficienza, dei servizi sociali, della sicurezza, del decoro edilizio popolare.

I residenti, guardando l’Isola che sale, temono la discesa e tengono ancora più stretto il loro legame identitario. Insieme, sono chiamati a vivere la coesistenza tra i vecchi modelli e i nuovi, e a scoprirne gli stimoli reciproci. Nasce una sorta di solidarietà, di condivisione dei desideri che non intendono disgregarsi né soccombere. Si mette in campo lo spirito di adattamento, quello che oggi si chiama “resilienza”, ossia la capacità di assorbire un urto senza rompersi. E’ proprio in questa definizione che si svolge la sfida.