Miseria e Nobiltà

di Gianmarco Cravero

Che invidia. E che rabbia. Verso di me naturalmente: non riesco, ahimè, a staccarmi, isolarmi da tutta la “miseria” intellettuale, politica e sopratutto economica che sta inquinando la nostra vita. E sopratutto adesso, in questi giorni commemorativi che, per la loro connotazione, più mi sono cari.

ImaggioTaranto

Il 1° Maggio l’ho conosciuto a Taranto, perché lì ci sono nato. Fu mio nonno paterno a farmelo conoscere: nonno Ernesto, prima socialista, poi comunista, mai fascista e perciò sempre perseguitato! Anche da morto, poveretto: in quegli anni immediatamente postbellici, duramente anticomunisti e non privi di pregiudizi, i miei furono costretti a consegnare al prete le sue tessere di partito, per essere bruciate e “guadagnarsi” così il funerale cattolico, nascondendo al prelato che, ad ogni primo maggio, sostituiva il quadro della moglie defunta con quello di Stalin. Certamente il paradiso, posto che esista, si era già organizzato per riceverlo con tutti gli onori.

genitori
I miei genitori

Comunque la giornata, “quella” giornata, intendo, era splendida: avrò avuto, credo, sette o otto anni, ed il nonno mi portò al corteo, eludendo il divieto dei miei. Erano tempi difficili, in effetti, in città si vedevano ancora, seppur marginalmente, le tracce dei bombardamenti, a scuola erano insistenti le lezioni per prevenire incidenti con ordigni bellici dispersi ed inesplosi e, comunque, restava una città militare.

triciclo2
In triciclo
triciclo
In auto

Ronde in divisa giravano dappertutto, giorno e notte, e molte erano composte da Military Police americani, non proprio indifferenti alle belle donne mediterranee. Il ricordo, curioso, che ho di loro è che fossero giganteschi, tanto gentili con i bambini, quanto dannosi strumenti di distruzione da ubriachi.

Comunque l’aria stava cambiando: pian piano, ritornava l’ottimismo. All’inizio dell’inverno 1956, ci trasferimmo a Milano, con mio grande dolore e mai sopita nostalgia. Ma Io vi maledico, il libro di Concita De Gregorio, che affronta lo scandalo dell’Ilva, tristemente mi ci riporta:

“cosa c’è di diverso, è che gli muoiono in mano i figli bambini e ora sanno perché. Che non possono mangiare il formaggio delle loro pecore né le cozze celebri del loro mare…venti milioni di tonnellate di cozze alla diossina devono essere distrutte…è vietato passeggiare e far giocare i bambini nelle strade del quartiere Tamburi…qui, in via de Vicentis, a quaranta metri dall’Ilva, un operaio, G.C. ha fatto mettere una lapide: “Nei giorni di vento da nord veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale Ilva. Per tutto questo gli abitanti MALEDICONO coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare”.

ilva

Il 25 aprile l’ho scoperto qui a Milano: al Sud, la Storia aveva fatto un altro percorso. Ero molto giovane e cominciavo ad affacciarmi alla vita, scoprendo le atrocità del passato e guardando con ottimismo al futuro, comprendendo anche perché queste ricorrenze fossero diventate feste.

Per motivi rigorosamente miei (non per necessità familiari), avevo cominciato a lavorare presto, nei primi anni sessanta, e l’orario di lavoro era di 48 ore la settimana. Le ferie duravano 15 giorni di calendario e se un operaio si licenziava (dava gli 8 giorni, si diceva), aveva sì diritto alla liquidazione, ma ridotta della metà. Quindi, lavorare, studiare, lottare: aveva un senso se, contemporaneamente, si potevano misurare i successi. In effetti, nella primavera del 1969, avendo deciso di sposarci, io e la mia ragazza, nel giro di un mese riuscimmo tranquillamente a trovare casa ecc. ecc.

Oggi? Bho! Viviamo nell’era dell’informazione e, quindi, vengo informato: per la prima volta, il 27 aprile appena passato, dopo 79 anni dalla scomparsa di Antonio Gramsci, nessuno del Partito Democratico se ne ricorda. Nessun fiore, nessuna commemorazione, niente di niente, proprio a chi enunciava: odio l’indifferenza.

Fin qui la miseria. La nobiltà sta in queste pagine di Asilo, dove tre fantastiche signore, con grande pacatezza, ci mostrano la positività della vita descrivendoci: l’acqua, il vino, la vita (attraverso la fotografia). Che serenità!

“La macchina fotografica diventa sempre più piccola, sempre più pronta a fissare immagini fugaci e segrete, che producono un effetto di choc che blocca nell’osservatore il meccanismo dell’associazione. A questo punto deve intervenire la didascalia, che include la fotografia nella letterarizzazione di tutte le condizioni di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimazione”, Walter Benjamin, 1931.

Quanto avrei voluto non scrivere le righe sulla miseria. Colgo, per consolarmi, un pensiero di Giuseppe Pontiggia, dal suo libro Prima persona (2002):

I tempi, dall’inizio dei tempi, non fanno che peggiorare, non lo dico con ironia, è una cosa che gli scrittori, da Esiodo in poi, ripetono ad ogni generazione. E ci deve essere un fondo di verità, se lo dicono in tanti. Io stesso avrei argomenti per lamentare scadimenti di tono, cali di livello, cadute di gusto, scomparse di amici. Penso comunque che i giovani avranno a chi telefonare. O forse, che è anche meglio, a chi non telefonare. Lo so, ognuno ha – e si sceglie – il proprio passato. La cosa più difficile è scegliersi il proprio presente“.

auto
Verso il Futuro!
Annunci