PLASTIC

Giordano Di Fiore, night crawler

E’ questione di ormoni, di barbe e di canottierine che si muovono.

Anni che non andavo a ballare, poi ieri sera (venerdì 15 aprile, n.d.r.) mi è venuta curiosità. Tornavo a casa, mi sono imbattuto in una trasmissione radiofonica dedicata, Dance Revolution, ed il gioco era già fatto: decido che sono vecchio, ma non così tanto da precludermi un’esperienza “giornalistica”, da reportage. Poi, non ero mai stato al nuovo Plastic, tra Ripamonti e Corso Lodi, in un capannone che, se non sbaglio, ospitò un club privé, dopodiché chiuse miseramente, durante una festa privata di cinesi, che si presero a colpi di machete.

Mi aspettavo le file chilometriche di Viale Umbria, l’insopportabile lesbica alla selezione, gente eccentrica, gente truccata da eccentrica per convincere la lesbica ad entrare, gente non eccentrica che non sarebbe mai entrata, non superando i rigidi criteri della selezione.

In realtà, probabilmente era troppo presto (mezzanotte e mezza), non c’era quasi nessuno, e due ragazzi gentilissimi all’ingresso. Per dire la verità, coesistono due ingressi, contigui, ma separati. Uno molto affollato, con ragazzini molto giovani e tamarri. L’altro, il mio, serioso e semi-deserto. Faccio un po’ il nonno e chiedo da che parte si entri. Mi spiegano che “di là” c’è una serata commerciale, mentre “di qua” una serata “house e disco”. Naturalmente, propendo per quest’ultima, il “vero” Plastic. Mi avvisano che “in questo club non si può utilizzare il cellulare”. E’ una trovata fantastica. Non sapevo esistesse un qualcosa del genere, mi è sembrato geniale, più intelligente del divieto anti-fumo che, in effetti, non è molto rispettato là dentro.

Spiego che sono di un’altra generazione, dunque non c’è questo pericolo. Addirittura, mi segnalano la presenza di un guardaroba custodito e gratuito. Una volta il guardaroba era un po’ come la bottiglia di vino al ristorante, la vera mazzata che non ti aspetti. Tempi che cambiano. E mi stupisce l’ingresso: soli 15 euro. Ricordo serate a 50mila lire: anche qui, tempi che cambiano. La crisi, per i ragazzi, forse non è stata così male.

E lo dico non solo per il costo d’ingresso, ma anche per le persone che incontro là dentro. Mi sembrano, così, a colpo d’occhio, tutti molto più umani, meno “sboroni” dell’imbarazzante fauna che frequentava le discoteche ai miei tempi. Oltretutto, la dilagante moda “hipster” non mi dispiace: rispetto ai lampadati, tantissime barbe, abbigliamento non particolarmente eccentrico, ragazze normali, con scarpe normali, tacchi normali, anche sneakers..insomma, cambiato tutto. Tranne il Plastic.

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Nonostante la nuova sede, l’aspetto è rigidamente anni ’80: a cominciare dalla leggendaria insegna fatta con tubi a neon colorati, che campeggia all’esterno, al look estremamente dark delle sale, alla suddivisione classica tra la main room e quella più piccolina e “fuori”, chiamata “al varietà”.

E, naturalmente, la musica: non ne so più molto, ma c’è una forte continuità col passato. Deep House, Garage, Minimal, ed anche qualcosa di più “cattivo”, di tanto in tanto. Mi stupisce il volume: o sono diventato sordo, dopo anni di batucada brasiliana (cosa probabile), o non è più come prima. Sound acusticamente perfetto, a volume corretto. Incredibile: sono uscito da lì con le orecchie che, quasi, non fischiavano. Ma torniamo al “look”: anche il cesso ha il suo perché. Ampio pisciatoio in metallo, con pavimento in cemento. Destrutturazione post-industriale d’effetto, con colonna sonora dedicata: grunge ed hard rock.

Poi, come in chiesa, c’è il pulpito: anche al Plastic si consumano liturgie, guidate dal dj, che sta sopra un soppalchino metallico. Oltre alla consolle del dj, c’è un piccolo spazio per ballare. E’ l’unico accenno all’abusato concetto di privé, l’emblema più subdolo e viscido degli anni ’80: spazi riservati a troie finte modelle, calciatori, gente di finto successo, con bottiglia (carissima) di champagne al seguito, e file di gente fuori a sbavare, anelando l’ingresso, che non sarebbe mai stato concesso, se non in rarissime occasioni (stile “green card” americana), proprio per non smitizzare il rito (a proposito di liturgie). Dicevo, questa merda ieri sera non c’era, e ne sono molto contento.

Volava qualche sigaretta, qualche canna (è tornato l’hashish, mi sembra di capire dall’odore), e, probabilmente, qualche pastiglia. Lo deduco dalle bottigliette d’acqua che girano per il locale (non così tante, in realtà: ai tempi, a Londra vidi molto di peggio). Poi, nonostante il divieto di utilizzo del cellulare, becco una tipa che scrive su whatsapp: pettegolo come sono, sbircio, e mi salta agli occhi…”neanche un trip…ma daaaai”. Significa che, dunque, un po’ di consumo c’è.

Detto questo, direte voi, ma non stai descrivendo una serata al Plastic: stai raccontando la serata di finanziamento all’oratorio. Preciso che, alle 3.00 circa, me ne sono andato. E proprio verso quell’ora la serata si stava imballando. Dunque, non so come sia finita “dopo”. Magari, alle 6 del mattino erano tutti nudi e strafatti a saltellare per le piste. Fino a quel momento, l’immagine della serata è stata davvero molto “pulita”. E questo, per me, è assolutamente un bene. Non perché sia bacchettone (beh, un po’ sì), ma perché, per la prima volta, ho trovato, in una discoteca, il giusto risalto alla musica: aspetto che, anche dal punto di vista etimologico (DISCO-TECA!), è molto corretto. Tanto vinile, dj con acconciatura super dread, bravissimo, con un set personale di puntine, ricerca del giusto sound. L’ho visto anche regalare un disco ad un ragazzo che ballava sotto al pulpito.

Poi, per me che ho 42 anni, è stato un piacere sentire tanti umori spandersi nelle sale, mischiati a quelli della macchina del fumo, al fumo vero e proprio, ai rari profumi portati dai ragazzi. Ventenni e trentenni, sboroni o non sboroni, eccessivi o ecumenici, hanno il grande lusso di portarsi sempre dietro la loro carta d’identità:  la carica ormonale della gioventù, chimica della Vita.

p.s.

Beh, un tipo un po’ eccentrico c’era, allampanato, altissimo, con dei pantaloni corti ed una canottiera bianca da cui spuntavano solo ossa (magro magro), ed occhiali scuri. Ah, non c’è più il tavolo da biliardo..mi ricordo la prima volta che andai al Plastic: rimasi sorpreso quando, alle 5 del mattino, arrivò una corte di papponi cinquantenni (sembravano i mafiosi dei film, col sigaro ed il doppiopetto), con puttanazze al seguito, e cominciarono a giocare a biliardo. Retaggi dei vari Turatello nei night di Brera, ancora un’altra epoca.