Le falsità del JOBS ACT

di Stefano Fiorani

L’Istat certifica il primo flop del JOBS ACT, ad un anno dalla sua approvazione.

I numeri sono numeri, si dice, come per certificare che non sono oggetto di interpretazione politica, ma dati di fatto su cui ragionare. Ebbene, a Febbraio, gli occupati nel nostro paese sono diminuiti di 96.000 unità rispetto al mese precedente, e, tra i i 15/49 enni, il calo è di 113.000.

Appare sempre più evidente che, con la fine (a Dicembre 2015) dei forti sgravi contribuivi per i neoassunti  – sino a 10.000 eu/anno per  tre anni, includendo i tagli all’Irap – le aziende hanno  ormai frenato anche sulle assunzioni a tutele crescenti, perché sempre meno convenienti (ora solo al 40% dei vantaggi 2015).

Va, inoltre, segnalato un ulteriore forte incentivo alle assunzioni “agevolate” del 2015, se consideriamo i vantaggi per l’impresa derivanti dalla differenza tra sgravi fiscali e costi per l’indennità di licenziamento, qualora l’azienda procedesse ad espellere gli assunti con questi contratti. Si va dai 1.000 ai 5.000 eu.

Non è, infine, secondario segnalare che il costo per l’erario dei citati incentivi – 30 miliardi di eu. nei tre anni 2015/17 – ha determinato, per ogni posto aggiuntivo, un esborso assolutamente sproporzionato rispetto ai risultati ottenuti.

La conclusione, per ora parziale, perché vedremo se l’evoluzione del trend sarà confermata, è che la riduzione dei diritti dei lavoratori, con l’abolizione dell’ art. 18 sul reintegro effettivo in azienda, a causa di licenziamenti illegittimi, non ha creato nuova occupazione.

La precarietà sempre più estesa del lavoro ha esaltato, viceversa, i cosiddetti voucher (buoni da spendere per lavori temporanei) che, nel 2008, furono 24.000 – utilizzati specialmente in agricoltura – e, nello scorso anno, sono stati ben 115 milioni, diffusi anche nel commercio e nei servizi, con l’intento di mascherare lavoro dipendente e a copertura parziale del lavoro nero.

La definizione di assunzione a tempo indeterminato a tutele crescenti si presta, in realtà, a motivate obiezioni sul significato proprio dei termini: indeterminato (?), ma a fronte di meri indennizzi, per licenziamenti illegittimi; tutele crescenti, solo perché tali indennizzi crescono con l’anzianità di lavoro, nascondono un cambiamento radicale nei diritti sempre più risicati dei lavoratori. Le trasformazioni di numerosi contratti a tempo determinato nei nuovi a tutele crescenti sono rivelatesi un abile cambio nominalistico e non certo di sostanza.

A conclusione di queste brevi osservazioni, sembra opportuno rilevare che non sono certo le mitiche riforme, tanto auspicate anche dai rigoristi della commissione europea, a creare occupazione. Senza robusti piani di investimenti pubblici e privati in infrastrutture strategiche, riassetti territoriali e ambientali, ricerca, istruzione ed innovazione, è illusorio sperare nell’aumento sostanziale di nuovi posti di lavoro e, quindi, nello sviluppo del paese.