Riflessioni sul REFERENDUM del 17 Aprile

di Sergio Zabot

Lo slogan coniato per il referendum del 17 Aprile è “no triv” o “referendum anti-trivelle”. Mai uno slogan è stato così inopportuno ancorché mistificatorio. Il quesito referendario,invece, non mira a vietare le trivellazioni in mare entro le canoniche 12 miglia, ma, semplicemente, vuole ristabilire un limite temporale alle concessioni di estrazione che, grazie ad una modifica della Legge di Stabilità, non hanno più scadenza.

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Infatti, è importante ricordare che mettere una scadenza alle concessioni rilasciate a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo Stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria.

Non si capisce perché, in questo caso, le società petrolifere debbano godere di un privilegio che non vale per nessun altra concessione, togliendo ogni scadenza temporale e lasciando la possibilità di appropriarsi di una risorsa pubblica a tempo indeterminato, eludendo, tra l’altro, l’obbligo di accantonare i fondi necessari allo smantellamento delle installazioni alla fine della vita utile delle piattaforme.

Se, poi, analizziamo i dati sulla produzione forniti dal Ministero per lo Sviluppo Economico e rielaborati da Aspo Italia([1]), scopriamo che le quantità in gioco sono davvero irrisorie.

Nel 2015, la produzione dei pozzi attivi entro le 12 miglia è stata di poco più di 540.000 tonnellate di petrolio e di circa 1,84 Miliardi di m3 di gas. Considerando che, nel 2014, i consumi italiani sono stati di 57 milioni di tonnellate di petrolio e di 62 miliardi di m3 di gas, il contributo di questi pozzi rappresenta lo 0,9% del petrolio e il 2,9% del gas consumato in Italia.

Da ricordare, poi, che la produzione di petrolio e di gas di queste piattaforme va diminuendo sempre di più. Per quanto riguarda il gas, dal picco del 1998 di oltre 5 miliardi di m3, la diminuzione al 2015 è stata del 77% pari a, circa, il 5% annuo e che la diminuzione della produzione di petrolio è stata, dal picco del 1988 dell’84%, anche qui, pari al 5% all’anno.

concessioni gas attive

Come sottolinea Dario Faccini nell’articolo pubblicato su Aspoitalia, gli allarmismi che circolano in rete su una perdita “da un giorno all’altro” del 60-70% della produzione di gas naturale, in caso vincano i “si” al referendum del 17 Aprile, sono esagerati.

Innanzitutto, la maggior parte della produzione di gas in Italia è a terra (34%) o in mare oltre le 12 miglia (36%). Quindi la produzione attuale entro le canoniche 12 miglia non supera il 30% di tutta la produzione nazionale.

La tempistica sarebbe, poi, dilazionata nei prossimi anni, sia tra le concessioni già scadute, che hanno da tempo richiesto una proroga che verrà probabilmente loro concessa in ogni caso, e che pesano per circa il 9% della produzione di gas, sia tra le concessioni che scadranno d’ora in poi (le uniche a subire un eventuale effetto del referendum) che pesano ora per circa il 18% del gas e circa il 9% del petrolio prodotti. Queste percentuali vengono ridotte di un fattore 10, se si considerano i consumi nazionali, anziché la produzione.

In termini economici, poi, le percentuali citate corrispondono, all’anno ,a circa 360 milioni di dollari di gas naturale e a 180 milioni di dollari per il petrolio (ipotizzando un prezzo di 5$/MBtu per il gas e di 50$/barile per il petrolio).

Per quanto riguarda gli svantaggi occupazionali, va detto, innanzitutto che le attività estrattive degli idrocarburi sono fra quelle a maggior intensità di capitale e pertanto a più bassa intensità di lavoro. Questo dato, confermato da diversi studi, non viene mai smentito, ma semplicemente dimenticato. Per dare un’idea, la Fondazione Eni Enrico Mattei stima in circa 4200 unità l’occupazione diretta e indiretta in Val d’Agri, dove si estrae circa il 65% del petrolio nazionale. Rapportando questi dati con le produzioni realmente in gioco nelle piattaforme entro le 12 miglia, si possono stimare poco meno di 2000 unità occupazionali, dirette e indirette, destinate, comunque, a scendere proporzionalmente al tasso di decrescita delle quantità estratte, che, ricordiamo, sono del 5% all’anno.

Alla limitatezza quantitativa dei vantaggi occupazionali delle attività estrattive va aggiunta la loro limitatezza temporale. È noto, infatti, che solo nelle fasi iniziali delle estrazioni si osserva un aumento locale dell’occupazione e che quando gli impianti sono a regime, l’occupazione si riduce fino a scomparire al termine del ciclo di vita dei giacimenti. Anche da questo punto di vista, gli idrocarburi non sono rinnovabili. Senza contare gli impatti negativi diretti sull’ambiente, per via dell’inevitabile inquinamento che gli impianti di estrazione procurano.

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Per contro, la ricollocazione di attività dal settore delle energie fossili verso le fonti rinnovabili associate all’efficienza energetica può incrementare notevolmente l’occupazione.

Sono molti, ormai, gli studi che confermano quest’affermazione. In particolare, il Centro per la Ricerca Energetica Inglese – UKERC, sostiene che le fonti rinnovabili associate all’efficienza energetica creino, per ogni unità energetica prodotta, un numero di posti di lavoro dieci volte maggiore di quanto generato dalla produzione fossile.

A questo punto, non rimane che chiedersi perché il Governo del grande cambiamento abbia deciso di intraprendere una guerra contro le fonti rinnovabili, riducendo tariffe incentivanti, fino ad annullarle, in alcuni casi, ostacolando sistematicamente la realizzazione di nuovi impianti, calpestando direttive comunitarie e autonomie regionali e concedendo palesi e vergognose facilitazioni alle compagnie del petrolio e del gas.

Ma forse una prima risposta a questo quesito è insita nelle recenti rivelazioni che hanno interessato il Ministero allo Sviluppo Economico.