REFERENDUM (il 17 Aprile vota..)

di Lucia Giorgianni

Per troppo tempo oscurato dall’informazione istituzionale, e forse anche avvertito come argomento lontano dalla realtà locale di molte città, il referendum sulle trivellazioni in mare ci chiamerà al voto il prossimo 17 aprile.  Eppure, il tema proposto è fin troppo vicino a noi tutti, perché chiama in causa la crisi energetico-climatica, l’uso delle fonti rinnovabili, il futuro dell’ambiente.

Vale dunque la pena capire bene di che cosa si tratta.

E’ un referendum popolare abrogativo richiesto dalle Regioni, e chiede agli italiani se vogliono abrogare una parte della legge – l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente – che permette alle società petrolifere titolari di concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme entro dodici miglia dalla costa, di rinnovare il permesso oltre la scadenza, fino a esaurimento del giacimento. Abrogando questa parte di legge, l’attività d’estrazione dovrà invece essere interrotta alla scadenza, qualunque sia la situazione, quindi anche se ci fosse ancora gas o petrolio da estrarre. Perché il referendum sia valido, deve essere raggiunto il quorum: deve andare a votare il cinquanta per cento degli aventi diritto.

Attualmente sono in essere ventuno concessioni di attività entro il limite di dodici miglia dalla costa, mentre quelle che riguardano aree oltre questo limite non sono coinvolte nel referendum. Si trivella in Veneto, in Emilia-Romagna, nelle Marche, in Puglia, in Calabria, in Basilicata e in Sicilia. A seconda della data in cui sono state rilasciate, alcune di queste concessioni, le più vecchie, scadranno tra cinque-dieci anni; le più recenti, invece, anche tra un paio di decenni.

Le attività di ricerca finalizzate alle estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi si svolgono con la tecnica chiamata con il poco rassicurante nome di “air-gun” e funziona così: un’enorme trivella calata nel sottosuolo spara cannonate d’aria compressa che, rimbalzando sui fondali, ne descrivono la composizione. Colpi fortissimi e continui ogni cinque o dieci minuti, un rumore che per intensità può essere paragonato a terremoti o eruzioni vulcaniche. Molte specie di fauna sottomarina, esposte alle esplosioni prolungate nel tempo, ne subiscono devastanti conseguenze: perdita del senso uditivo, indebolimento del sistema immunitario, danni agli organi riproduttivi, morte.

E’ facile immaginare il motivo di chi si preoccupa, per esempio, che la compagnia petrolifera irlandese Petrolceltic abbia posto le sue attenzioni, come potenziale sito di estrazione del greggio, su uno degli arcipelaghi più affascinanti d’Italia, le isole Tremiti, un paradiso di biodiversità, fondali che offrono le immersioni più belle del Mediterraneo.

Si mobilitano per il SI (quindi per cambiare la parte di legge) le Regioni che hanno richiesto il referendum: Sardegna, Basilicata, Marche,  Puglia, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise. Tra le voci più accorate, Michele Emiliano (PD), presidente della Regione Puglia, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, e Giovanni Toti, presidente della Liguria in quota Forza Italia. Si muovono nella stessa direzione SEL, Sinistra Italiana, Movimento 5stelle, Giovani Democratici. Come si evince, il coinvolgimento è politicamente trasversale. Ci sono poi le personalità del mondo della cultura e dello spettacolo. In prima linea, Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura e geniale artista, da sempre impegnato nella società civile; preoccupata dalle trivellazioni anche Dacia Maraini, scrittrice e saggista. Si aggiunge a questa  lista il regista di Diaz, Daniele Vicari, che sa ben coniugare cinema ed impegno politico.

Accanto a loro, comitati ed associazioni ambientaliste come Legambiente, Wwf e Greenpeace, che puntano a fermare le trivelle e sollecitano ad abbandonare la vecchia energia fossile, causa di rischi ambientali e sanitari, di danni al turismo, di situazioni di dipendenza economica e di conflitti armati. Chiedono, di contro, un investimento forte sulle energie rinnovabili ed una strategia adeguata per la riduzione delle emissioni, decisa al recente vertice mondiale di Parigi sull’ambiente. Solo una rapida transizione dall’uso dei combustibili fossili a quello delle fonti rinnovabili, di cui già disponiamo, potrebbe risolvere la crisi energetico-climatica, permettendoci di guardare al futuro con serenità.

Il fronte del NO (o del… no-quorum), quindi di chi vuole mantenere la legge così com’è, è costituito principalmente da personalità del mondo dell’impresa: ne è a capo Gianfranco Borghini, nuclearista convinto, ex presidente della Gepi, Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali; tra i suoi seguaci Chicco Testa, ambientalista pentito oggi a capo di Assoelettrica e Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Il fronte sostiene che il settore degli idrocarburi potrebbe essere un’opportunità d’investimento e di occupazione, e placa ogni umana paura dichiarando che l’attività non comporta particolari rischi all’ambiente e alla salute.  Nel  nostro Paese, rassicurano questi signori, che non per nulla si chiamano “Ottimisti e Razionali”, è altamente improbabile un incidente che liberi nel mare milioni di litri di greggio. Schierato a favore delle trivellazioni, il prof. Alberto Clò, docente di Economia applicata e direttore della rivista Energie, in un apocalittico articolo pubblicato su formiche.net  intitolato  Ecco gli effetti nefasti del NO alle trivelle, ricorda e ammonisce: “…la vittoria del NO al rientro dell’Italia nel nucleare ha causato la distruzione di un’intera industria”.  E ci spiega che, dopo il referendum sul nucleare, importanti esponenti politici e le lobby interessate sostennero che l’Italia aveva “perso il treno”.  Gli risponde su Scienza in Rete Vincenzo Balzani nel bell’articolo Rinunciando alle trivelle non perdiamo un bel niente: “i fatti hanno dimostrato” scrive Balzani “che rinunciare al nucleare è stata una scelta saggia e lungimirante. Grazie a quella scelta non produciamo scorie radioattive, non rischiamo disastri e non siamo impantanati nella costruzione di centrali  nucleari. Quel treno perso è un treno vecchio, che causa danni dove passa e che è destinato ad arrestarsi in un futuro non troppo lontano”.

Tornando alle Isole Tremiti, già nel 2011 il progetto di perforarne il sottosuolo si era fatto strada, e contro di esso si schierarono in tanti, al grido di “Niente trivelle, solo fusilli”, sostenuto anche dalla voce di grandi artisti. Proprio ammirando quel mare blu, Lucio Dalla compose la sua canzone Com’è profondo il mare, un testo visionario e allucinato che oltrepassa il confine del nonsense, fra poesia e delirio. Eppure oggi terribilmente realistico.

…Frattanto i pesci dai quali dipendiamo tutti assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrar cattivo. E  cominciarono a pensare nel loro grande mare, com’è profondo il mare. E’ chiaro che il pensiero dà fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce, e come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l’oceano non lo puoi recintare…così stanno uccidendo il mare.

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