Non toccatemi il Jobs Act

di Michele Molé

Se c’è una cosa che in politica sappiamo fare, è darci delle etichette. Poco importa dei contenuti, l’importante è demarcare quotidianamente la linea di confine, con lo stesso pennarello. Pennarello che prima o poi, si scarica, rendendo così difficile distinguere un fronte dall’altro. È ciò che sta accadendo, secondo me, nello scenario politico italiano (e non solo). Si è scaricato il pennarello del confine che negli scorsi 60 anni ha visto schierarsi destra e sinistra. Oggi non sapremmo nella maggior parte dei casi dire: cosa sono politiche di destra? E di sinistra? Sinceramente non penso che siano ideali morti, ma che contengano concetti molto diversi rispetto al dibattito di soli 40\50 anni fa.

Se fossimo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che la globalizzazione e il progresso fulmineo che si porta dietro, a noi nostalgici fa un brutto scherzo. Brutto scherzo, a mio modo di vedere utilissimo, che a noi “donne e uomini di sinistra” ha fatto il Jobs Act. La maledettissima riforma che ha svenduto, a vista di molti, il “centrosinistra” al “centrodestra”. Perchè un brutto scherzo utilissimo? È una riforma (se pur con l’aiuto di una piccola fetta dei partiti di centrodestra) frutto della volontà politica del PD, polo del centrosinistra, che effettivamente porta molti connotati di una politica del lavoro tipica di centrodestra. Tipica è in grassetto perchè se andate a rileggervi il primo paragrafo capite come, secondo la mia modesta opinione, il “tipico” in politica sia labile tanto quanto il concetto di “tipico” in una società globalizzata e ipercompetitiva. Ecco dunque, come questo brutto scherzo utilissimo, avrebbe dovuto aiutare la militanza di sinistra a capire, quanto sia importante per un progressista, seguire lo sviluppo della società in cui vive levandosi i paraocchi indossati decenni anni fa, in altre storie, altri contesti.

Dicevo all’inizio, a me piace andare sui contenuti, mettiamo i puntini sulle “i”.

Il decreto legislativo n. 23\2015 attuativo della legge delega 183\2014 ha messo fine ai numerosi tentativi di riformare la disciplina del licenziamento, oggetto di conflitto negli anni scorsi, tra l’altro, con l’Unione Europea. Che cosa ha combinato il Jobs Act: ha riformato la materia della flex security. Nel diritto del lavoro è chiaro da anni come sia inutile combattere contro le istanze di flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, dove la competivitità è cresciuta a livello mondiale. L’unico modo di intervenire, per non essere travolti dal mercato mondiale, è introdurre dosi di flessibilità, rispettando così la direzione unilaterare globale del diritto del lavoro. Chiaramente una maggiore flessibilità nel rapporto di lavoro (in parole povere: facilità di licenziamento) corrisponde ad una maggiore sicurezza all’interno del mercato del lavoro, rendendo socialmente accettabile la circolazione dei rapporti di lavoro, come il passare da un lavoro all’altro con maggiore facilità. Rendendo inoltre universali i cosiddetti ammortizzatori sociali, unificazione introdotta sempre dal Jobs Act. Questa è l’idea della riforma dei licenziamenti.

Se leggiamo il decreto sui licenziamenti, il dlgs 23\15 e la delega, si parla di introduzione di un nuovo contratto a tutele crescenti, che non è una nuova tipologia contrattuale, è diverso dal rapporto contrattuale standard. Con il Jobs Act infatti si mantiene la precedente flessibilità tipologica (cioè diversi tipi di contratto di lavoro), aggiungendo la flessibilità funzionale, cioè una disciplina che riguarda la gestione del rapporto una volta che questo si è instaurato: le mansioni ed eventuali variazioni (ius variandi), disciplina dei tempi di lavoro, luogo di lavoro e sue variazioni, le sospensioni del rapporto di lavoro, il licenziamento. Fino a ieri, la flessibilità era concepita a monte, prima dell’inizio del rapporto attraversola flessibilità tipologica. Il contratto a tutele crescenti, che attiene alla flessibilità funzionale, sostituisce al meccanismo del famigerato art. 18 della l. 300\1970 (sottolineo 6 volte 1970) modificato già dalla riforma Fornero dove il lavoratore aveva diritto di riavere il posto di lavoro come sanzione al licenziamento illegittimo, con una sanzione per i licenziamenti illegittimi che prescinde dalla precedente tutela reale, dove il posto di lavoro è restituito come fosse una cosa fisica (appunto, tutela reale). Il Jobs Act pone come punto fermo la liability rule, cioè la regola della responsabilità: se sono licenziato illegittimamente, non sono obbligato a riavere il posto (tranne in pochi casi gravi), ma ho diritto ad un risarcimento, una indennità economica, peraltro già introdotta dalla Legge Fornero, ma potenziata e resa regola-principio dal Jobs Act, estendendone così l’ambito di applicazione emarginando l’applicazione dell’art. 18 (Solo in alcuni casi tassativi e molto gravi viene mantenuta la c.d. tutela reale). La tutela indennitaria quindi, nata sotto la Fornero, oggi è regola dominante, la reintegrazione è marginale. Questa nuova indennità, diversamente da come era disciplinata dalla fornero, è ricondotta ad un meccanismo meramente artmetico, il legislatore determina in maniera certa l’ammontare dell’indennità, con un unico criterio, cioè quello dell’anzianità di servizio. Prima, con la Fornero, era data discrezionalità al giudice tra un minimo e massimo, mentre oggi il giudice è “chiuso” all’interno di tabelle determinate da parte del legislatore. Minimo 12 massimo 24 anni di mensilità, e 2 mensilità per ogni anno di anzianità, così si determina l’indennità per licenziamento illegittimo.

Adesso, se pur in modo molto generico, sappiamo di cosa parliamo. Mi sembra opportuno citare il bollettino sull’occupazione ISTAT di giovedi 10 marzo 2016:

“L’aumento tendenziale dell’occupazione registrato nel quarto trimestre (+184 mila) è dovuto quasi esclusivamente agli uomini e risulta trainato dai lavoratori dipendenti, cresciuti di 298 mila unità, in gran parte a tempo indeterminato (+207 mila) e, tra i dipendenti a termine, dall’incremento di quanti hanno un lavoro di durata non superiore a sei mesi. Accanto alla risalita degli occupati a tempo pieno, l’aumento del lavoro a tempo parziale coinvolge soprattutto quello di tipo volontario.

I dati di flusso mostrano che, a distanza di dodici mesi, crescono le transizioni dei dipendenti a termine verso il lavoro a tempo indeterminato (+3,5 punti) e i passaggi da collaboratore a dipendente (+14,4 punti) sia a termine sia a tempo indeterminato. Inoltre diminuisce la permanenza nella disoccupazione (-5,1 punti) e aumenta la probabilità di transitare nell’occupazione (+2,1 punti) o nell’inattività (+3,0 punti).”.

E’ una riforma controversa sia sul lato politico che sociale, incompresa, che sicuramente necessita di molti accorgimenti, ma utile. Utile perchè, come dicevo all’inizio, se non parliamo di leggi scientifiche, il concetto di tipico è pressochè inesistente. E chi si proclama progressista dovrebbe fare tesoro di questo dato, uscendo da un progressismo di altri tempi che sa tanto di conservatorismo.