La storia (per le donne) si ripete

di Michele Molé

Gran parte del progresso sta nella volontà di progredire” scriveva Seneca il giovane due millenni fa, nel fiorire del dominio romano sull’occidente e medio oriente. Società rivoluzionaria, tecnologica, potente. Sono anni di fortissima espansione, crescita territoriale ed economica. Il romano stava per esaudire il suo sogno: il dominio del mondo conosciuto (sotto la simpatica scusa di civilizzazione romana dei popoli non romani), innestato su una serie di quelli che, oggi, verrebbero definiti come genocidi di massa. Ma erano altri tempi, un’altra società, per l’appunto. È sempre difficile (e anche un po’ sbagliato) confrontare i nostri giorni con accadimenti di una storia lontanissima, vissute con una cultura e una mentalità che, per fortuna, non ci appartengono più.

È sempre difficile, e anche un po’ sbagliato. Questo ci insegnano le scienze comparatistiche. Non lo metto in dubbio. Ma, quando mi cade l’occhio sulle percentuali ISTAT del 2014, vedo, in Italia, il 31,5% delle donne subire violenze fisiche o sessuali. Di cui 746mila tentati stupri, dei quali il 62,7% dai partner attuali, fino ai 117 femminicidi in ambito familiare.

Questi numeri, pur vivendo nel XXI° secolo, mi fanno pensare alla manus: il romano, con il matrimonio, acquistava un potere disciplinare, la manus, sulla consorte. L’uomo otteneva la sottomissione totale della moglie, la quale diventava alieni iuris, cioè dipendente dal marito come i figli e le figlie. L’acquisto della manus era piuttosto curioso: avveniva tramite il rito della confarreatio, cioè spezzare e mangiare una focaccia di farro dinanzi al pontefice massimo, che dava anche inizio alla coabitazione. Se il marito sceglieva di saltare questo passaggio, l’acquisto della manus avveniva tramite coemptio, cioè tramite l’odierna regola dell’usucapione.

La moglie doveva rivolgersi a lui come dominus, se non le era consentito diversamente. Il dominus, oltretutto, aveva il legittimo potere di ucciderla per adulterio o ubriachezza. Non solo: poteva ripudiarla, con una certa facilità, in caso di: adulterio non flagrante, furto delle chiavi della cantina (dove era conservato il vino), uccisione della prole (anche, in alcuni casi, di aborto).

In questo paragone leggo chiara una cosa: la volontà di progredire, di cui ci parlava Seneca, si è tradotta, oggi, in progresso, con tardivi adeguamenti legislativi da parte dello Stato moderno. Ma è ancora scarsa la sensibilizzazione nella società odierna, dove la volontà di progredire forse c’è, ma tale rimane, in una condizione piuttosto astratta (come lasciano intendere i recenti dati ISTAT). Sull’emancipazione delle donne in Italia, tralasciando questi ultimi anni di timida “ripresa” nelle percentuali, abbiamo veramente poco per cui vantarci. Correva l’anno 1981 quando il Parlamento italiano abrogava l’articolo 587 sul “Delitto d’onore” nel Codice Penale:

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. (…)” 

Per chi non mastica di diritto penale, l’articolo 587 rappresentava una pesantissima deroga alla pena ordinaria per l’omicida (minimo 21 anni di reclusione), trovando la prima giustificazione nell’antichissimo retaggio culturale di disonore che l’adulterio della consorte comportava per il marito, e la seconda, un po’ sciocca, nello “stato d’ira” del fedele consorte, ferito dal comportamento irresponsabile della moglie.

Ma ecco il colpo di scena. In piena età classica, si sviluppa una piccola rivoluzione nella società romana: le donne raggiungono una maggiore libertà, verso una completa condizione sui iuris (indipendente) rispetto al marito. I romani presto se ne accorsero, tentando di limitare la loro crescente autonomia e “libertinaggio”. Approvarono, infatti, nel 215 a.C. la Lex Oppia, la quale vietava di indossare un’eccessiva quantità di gioielli. Ancora: la Lex Voconia del 169 a.C., che sanciva il divieto per le donne di essere nominate eredi di persone appartenenti alla prima classe del censo (oltre 100000 assi di patrimonio). Infine, una legge augustea del 18 a.C., la Lex Iulia de Adulteris, regolamentò gli adulteri. Da ingiuria regolata tra privati (il marito e la moglie), s’interpose lo stato, elevando l’adulterio a crimen, un reato. La pena prevista, per questo delitto, era la deportazione su due isole diverse (delegatio in insulam) per l’adultera e il complice, dove restavano sino alla morte.

Ma il lento processo di “liberazione” delle matrone era ormai iniziato.

Nasce così un nuovo tipo di matrimonio sine manu, cioè senza la manus: la donna si libera di una parte significativa del potere di sottomissione del marito. Come funzionava? Sostanzialmente era un meccanismo estremamente burocratico (molto italiano oserei dire) per eludere la disciplina precedente. Marito e moglie dovevano andare a convivere insieme e prima che fosse trascorso l’anno dell’usucapione (la quale dava la manus al marito sulla donna), quest’ultima si trasferiva nella casa paterna per tre notti, realizzando così l’istituto del trinoctium. In questo modo “saltava” il decorrere dell’usucapione e la manus non entrava in vigore. Veniva ripetuto ogni anno. Però col passare del tempo il trinoctium va in disuso e il matrimonio rimane integralmente sine manus.

Termino questa piccola riflessione constatando come, ancora oggi, sotto diverse forme, la manus sia ancora parte integrante della nostra cultura. È quindi, purtroppo, vero: la storia (per le donne) si ripete. Ma l’esempio della piccola rivoluzione libertina delle matrone romane sembrebbe lasciarci un buon auspicio.

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