Municipalità: che cosa ci aspetta?

di Lucia Giorgianni

La costituzione della Città Metropolitana di Milano. avvenuta nel gennaio del 2015 con l’abolizione delle Province e l’accorpamento di 134 Comuni, compie oggi un nuovo passo importante: la trasformazione dei Consigli di Zona in Municipalità. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato la delibera che modifica l’assetto istituzionale delle zone, attuando così una riforma radicale di cui pochi si sono accorti, e che merita, dunque, un approfondimento, per l’importanza della riorganizzazione urbana che ne consegue. Che cosa succederà? In che cosa consiste il cambiamento?

Attualmente, Milano è divisa in nove zone, ognuna rappresentata da un Consiglio di Zona – formato da un Presidente e 41 consiglieri – che ha diversi ambiti d’intervento, ma che opera, principalmente, come organismo di consultazione, ha limitatissime risorse proprie e dipende dall’amministrazione centrale per l’attuazione delle sue delibere.

Il Municipio, che prenderà il posto del Consiglio di Zona, sarà invece dotato di un bilancio, avrà autonomia amministrativa e potere decisionale. Sarà un ente di governo locale con ampie funzioni, che ripropone su piccola scala –che consente di vedere più in grande – lo schema istituzionale del Comune. Avrà capacità e funzioni di autogoverno, sarà composto da un Consiglio con 31 consiglieri compreso il Presidente (una sorta di pro-sindaco) eletto direttamente dai cittadini della zona di appartenenza.

Per rendere operative le nuove istituzioni, manca l’ultimo e decisivo passaggio: la delibera relativa alle funzioni delegate e attribuite ai municipi, attualmente in fase di discussione. Per ora si sa che l’intento è quello di agire sugli ambiti della gestione dei servizi di prossimità come quelli demografici, sociali e di assistenza; servizi scolastici ed educativi, attività e servizi culturali, sportivi e ricreativi. Ed ancora, l’amministrazione della viabilità di quartiere, degli immobili di interesse municipale, della manutenzione scolastica e del verde pubblico.

Potrebbe significare che chi avrà un danno a causa di una buca o del dissesto stradale, per esempio, non dovrà più denunciarlo al Comune centrale, ma al suo Municipio, il quale gestirà autonomamente il problema. Così come, chi vorrà  segnalare questioni di sicurezza vicino alla scuola di quartiere, o situazioni che minacciano l’incolumità e la salute dei residenti, troverà nel Municipio il diretto e fattivo interlocutore

Così, questi nuovi organismi municipali decentrati potranno meglio tenere i rapporti con i cittadini, rispetto alla precedente struttura fortemente accentrata di Palazzo Marino, che trasferirà loro le informazioni e le competenze necessarie alle attività delegate.

Quali le nuove sfide? Quali le opportunità e quali i rischi?

Innanzitutto, sarà importante che le municipalità mettano in atto un’intelligente capacità di relazionarsi tra loro e con la Città Metropolitana, evitando la sovrapposizione di competenze e di volontà politiche discordanti.

Sarà, oltremodo, determinante l’entità del bilancio che sarà loro concesso, per l’esercizio delle deleghe, che sarebbe auspicabile fosse certo e coerente con le funzioni attribuite.

Se così non fosse, l’introduzione dei Municipi rischierebbe di creare nuovi ostacoli, anziché spianare la strada; se così non fosse, in caso di necessità, un cittadino milanese dovrebbe confrontarsi con una linea troppo lunga di enti amministrativi: Regione- Città Metropolitana-Comune-Municipio.

L’obiettivo di una buona gestione potrà essere realizzato solo attraverso  il pieno coinvolgimento dei cittadini, delle comunità locali e dell’insieme delle forze sociali ed economiche della zona, altrimenti il rischio di nuovi carrozzoni inutili sarebbe in agguato.

A questo punto, tocca a noi cittadini non attendere in modo passivo di essere coinvolti, stando solo a guardare. La parola d’ordine dev’essere “partecipazione”: solo così, questo  cambiamento urbano potrà avere l’opportunità di “partire dai cittadini”. Il primo passo è riappropriarci del senso di identificazione con il  territorio in cui viviamo, messo a rischio dal processo graduale di sradicamento che sta colpendo le grandi città, insieme a un indebolimento generale di appartenenza politica e ideologica.

Nel quartiere Isola, in particolare, il sentimento di identità degli abitanti è già forte, lo dimostra il record detenuto per numero di comitati di zona e associazioni attive. Un valore da mantenere e rafforzare, riconoscendo nella zona  il nostro ambiente di vita, sentendoci tra i suoi confini come “a casa”. Proponiamoci di diventare artefici di progetti, idee, segnalazioni, sfide, con l’auspicio – e l’ambizione, perché no? -di stimolare negli amministratori il desiderio di cambiamento, di azione, di trasformazione.

La svolta imminente è un radicale mutamento di prospettiva nella visione dello spazio urbano, che passa da una ripresa “dall’alto” a uno sguardo orizzontale. Il terreno è pronto, ma l’efficienza sarà determinante, pena il fallimento. Con un atto di fiducia, cominciamo ad entrare in questo spazio che ci appartiene; portiamo i nostri contributi alla collettività, perché i bisogni di ogni individuo hanno sempre a che fare con gli altri, il gioco dello specchio non è costruttivo e finisce spesso nel nulla.

No man is an island”, nessun uomo è un’isola, recita il primo verso dell’omonima poesia di John Donne; valeva all’epoca del poeta e religioso inglese, come vale ai tempi odierni. E mai titolo fu più adatto al nostro quartiere.