I diritti, i doveri, le libertà, le speranze, la dignità, e…

di Gianmarco Cravero

Questa è la storia di Zippola, nome posticcio che si diede una bambina, all’età di circa due anni. Nacque nella primavera del 1977, annus horribilis: ma che ci si poteva fare? I genitori, miei carissimi amici, erano al settimo cielo e si erano fermati lì solo perché, pare, non ce ne fossero altri sopra. Giovani, poco più che trentenne lui, poco più che ventenne lei. Determinati però! Vivendo le loro diverse stagioni di ricerca culturale, contestazioni, lotte e sogni si erano incontrati all’ombra delle bandiere rosse del PCI. Che, in quella stagione, era un fermento di cultura, prima ancora che ideale.

Ma non è di questo che voglio parlare!

Zippola era una bella bambina (ora bellissima donna) e merita un po’ d’attenzione: un paio d’anni prima che nascesse, era stato approvato in parlamento il nuovo diritto di famiglia. Per la verità, a me sembra che, a distanza di quarant’anni, non se ne ricordi più nessuno, ma procediamo. La mamma ed il papà, rigorosamente non sposati, per reciproco rispetto e cultura laica, ma conviventi come se lo fossero, vollero affidarsi a quel nuovo diritto di famiglia, studiato a fondo ed analizzato con amici e “compagni”, con intellettuale passione e speranza per un futuro meno bigotto. Ricordate, voi che leggete, questa parola: s_p_e_r_a_n_z_a, perché allora, in quegli anni, questa era la bussola di noi ex giovani, la s_p_e_r_a_n_z_a, nonostante la strategia della tensione, con i suoi delitti e le sue stragi, cercasse continuamente di piegarci e toglierci il futuro.

Il diritto, comunque, affermava che i bimbi nati fuori dal matrimonio potessero portare entrambi i cognomi dei genitori. Ma ”prima” quello della mamma, che aveva il “diritto” di riconoscere il neonato, e solo dopo l’ufficializzazione di quell’atto, il papà, con il consenso della madre, per aggiungere il suo “di seguito”. Fantascienza per quei tempi (bestemmia, oggi) ma vero, tant’è che l’ufficiale d’anagrafe restò gelato, senza parole, e accettò il riconoscimento della mamma solo perché costretto dalla sua fermezza. In realtà, lavorò per creare ostacoli, ma questo lo vedremo dopo. Lo stupefacente fu che, in quei tardi e bui anni ‘70, nessuno, ma proprio nessuno, compresi i nonni che, capirete quanto potevano essere sensibili al tema, ebbe nulla da ridire, anzi…tutti volevano sapere.

Ma nuvoloni cupi incominciarono ad addensarsi sulla testolina di Zippola: dopo una decina di giorni dalla nascita, per un malessere non grave, i medici dell’ospedale dove era nata convinsero i genitori a lasciarla da loro, per i necessari controlli. Ho detto “i” genitori, ovvero veniva riconosciuta la paternità anche se non ancora ufficializzata. Purtroppo Zippola si aggravò in fretta, senza che i medici venissero a capo di qualcosa. I genitori, affranti, ne parlarono con compagni e amici molto affezionati e, inaspettatamente, il giorno dopo, molto presto, la solidarietà cominciò a dare i primi frutti. Era successo che i loro amici si erano impegnati per accendere subito la s_p_e_r_a_n_z_a.

Il primario di pediatria di un altro importante ospedale era stato informato del caso e lui, già partigiano, comunista, nonché medico di fiducia di Togliatti (lo scoprimmo solo più avanti, prendendo confidenza), aveva accettato di occuparsi della bambina. Il trasferimento fu immediato. Questa, nel frattempo, era peggiorata, tanto da far temere seriamente per la sua vita. Il papà, nonostante la bimba non portasse ancora il suo cognome, firmò per il rilascio e, correndo con la sua macchina (l’ospedale non aveva concesso neppure l’ambulanza), la portò, in braccio alla sua mamma, presso la nuova destinazione.

Ci volle un pò di tempo per capire che Zippola era stata contagiata da quella che veniva chiamata salmonella da ospedale. Il compagno primario a domande rispondeva che la sua vita era in bilico come un ago in equilibrio sulla sua punta. Di denunce all’altro ospedale neanche a parlarne a quell’epoca, e quindi…sperare.

Ad un certo punto, il vento cambiò, le cure avevano debellato la salmonella, però bisognava recuperare quanto perso nella lunga malattia e le funzioni dell’organismo. Per far ciò, occorreva il latte materno, che la mamma non aveva. La situazione si presentò subito preoccupante: in quegli anni, non solo non esisteva una banca del latte materno, ma non esisteva nemmeno la cultura della sua raccolta. Qui la “rete” primordiale del tutto primitiva (diciamo più un tam-tam di relazioni), la speranza e la solidarietà diedero il meglio!

Presso la federazione del PCI lavorava un compagno tanto burbero, quanto bravo che si occupava della diffusione dell’Unità. Si rivolsero a lui spiegando la situazione e chiedendo di pubblicare sulle pagine di Milano (all’epoca esistevano) un appello alle mamme disposte a cedere parte del loro latte per la sopravvivenza di Zippola. Il compagno de l’Unità fece anche di più: l’annuncio, per quanto piccolino, venne pubblicato nelle pagine nazionali. Nel frattempo, amici e compagni, nel loro piccolo, si erano dati da fare per informare le nascenti radio private ed organizzando dei punti di ascolto e raccolta autonomi.

L’appello provocò un’incredibile risposta. Intanto nessuno riuscì a dormire, neppure all’ospedale, dove oltre ad andare in tilt il centralino notturno, diventarono matti anche in portineria: taxi, lavoratori notturni, persino dalla riviera ligure, nei camion refrigerati dei fiori, fecero arrivare di tutto compreso anche il prezioso latte. A casa dei genitori di Zippola, una staffetta di croci di soccorso portò dalla Svizzera una quantità di roba incredibile.

Certo, non tutto utile alla bimba, ma all’ospedale sì. Nel frattempo, il latte raccolto fu immagazzinato nei frigo congelatori dell’ospedale e controllato dalla dietista. Però non bastava: eravamo tutti ubriachi di commozione e di speranza, ma bisognava fare di più. C’era bisogno di organizzare un giro giornaliero concordato con le mamme milanesi e raccogliere una quantità di latte tale da poter affrontare l’estate in tranquillità, bisognava immagazzinarlo e controllarlo. All’epoca, non esisteva la Protezione Civile o cose del genere, quindi i miei amici si organizzarono. Lui, di giorno, lavorava, lei era in maternità e, quindi, partendo dal bar sotto casa (che partecipava alla raccolta, le mamme che erano comode a passare di lì lasciavano il biberon di latte fresco nel frigo gelati) si fece organizzare un incontro con il vigile di zona (che allora esistevano, giravano in bicicletta e parlavano con i cittadini).

Si trovarono, quindi, a stretto giro di voce, la mamma, la proprietaria del bar ed il vigile, intorno ad un tavolo a ragionare sul che fare. C’è anche da dire che, del caso, si occuparono anche tutti i giornali milanesi, più la RAI, con annunci radio nei più diversi orari, quindi non si parlava più di un caso sconosciuto. Detto,fatto! Il vigile diede appuntamento per la mattina successiva di buon’ora per parlare con il sindaco. Invece, incontrarono il suo vice, nuova riunione e programma di lavoro: il Comune avrebbe finanziato, attraverso specifica voce di bilancio, il trasporto giornaliero in taxi della mamma al fine di raccogliere il latte destinato a costituire la banca del latte. Questa sarebbe stata posta all’interno del laboratorio d’analisi della Centrale del Latte per essere gestito dai tecnici presenti e garantendo l’accesso a tutte le ore del giorno e della notte. Alla sera, invece, avrebbe ritirato con il marito il latte bastante a garantire una minima quantità di latte fresco.

Grazie a questi sforzi, fiducia, solidarietà, difesa dei diritti, ecc. Zippola potè uscire dall’ospedale, ma la vicenda durò ancora per un po’. I nonni la portarono in montagna, la mamma continuò a gestire, con i tecnici del laboratorio, il latte facendolo partire tutte le mattine con gli autobus di linea che passavano dal bar del paesello.

E il doppio cognome?

Ci vollero due gradi di giudizio al tribunale dei minori per ottenerlo, il giudice, cui era stata spedita la pratica dal tradizionalista ufficiale d’anagrafe, aveva ritenuto di dover negare quel diritto. Era il primo caso che si presentava in Italia e il suo rigetto avrebbe fatto giurisprudenza, vanificando così sul nascere quella parte della legge. Ma erano altri tempi, avevamo fiducia, eravamo determinati e circondati da persone, compagne e compagni volonterosi. Gli avvocati democratici si fecero carico della questione, la stampa, soprattutto l’Unità, fu allertata e, in appello, la causa fu vinta in pieno. Era il 16 marzo 1978, ci erano voluti undici mesi per far riconoscere un diritto. Quella stessa mattina fu rapito Aldo Moro, e perciò i genitori di Zippola, invece di andare al lavoro, andarono a manifestare insieme a migliaia di cittadini.

Ora Zippola è adulta e, avendo sposato un ispanico, di cognomi ne ha ben quattro. Eppure, le battaglie per i diritti continuano ancora.

N.d.A: tutto ciò che è stato descritto è vero e documentabile.

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