Primarie a Milano: democrazia o giochi di potere?

di Lucia Giorgianni

Dopo incertezze, malumori, tira e molla sulle date, lo schieramento del centrosinistra chiama i milanesi alle Primarie il 7 febbraio prossimo, per votare il candidato da presentare alle elezioni del Sindaco di Milano. Come è giusto, non  vi parteciperà la componente del Nuovo Centro Destra, nessun candidato espresso direttamente da SEL. I nomi saranno quattro, anche se, verosimilmente, si tratterà di una sfida a tre: Giuseppe Sala, l’uomo gradito dal premier Renzi ed ex commissario dell’Expo; Francesca Balzani, attuale vicesindaco, che scende in campo in continuità con l’amministrazione uscente;  Pierfrancesco Majorino, ideale punto di contatto tra SEL e la minoranza PD. Il quarto nome è quello di Antonio Iannetta, direttore di UISP, l’associazione che promuove il diritto allo sport per tutti, e che, in coerenza con la missione della sua associazione, partecipa anche lui alla partita definendosi “un candidato della società civile” e precisando che la sua non è un’autocandidatura, ma una “disponibilità” a valutare un progetto nuovo per la città, valorizzando lo sport, le energie del volontariato, il recupero delle aree dismesse.

Si farà, dunque, a meno di un competitor come il parlamentare Emanuele Fiano che ha fatto un passo indietro per non pestare i piedi a Sala. Il resto dei partiti non sembra intenzionato ad adottare lo strumento delle Primarie ed, anzi, il centrodestra (Forza Italia e Lega) pensa di attendere l’esito del centrosinistra per decidere il proprio candidato. Un candidato tagliato su misura del competitore: bella innovazione politica!

Una poltrona per tre, dunque. La Balzani ha sperato che Majorino rinunciasse alla candidatura per lasciarle più spazio, ma ha dovuto incassare il rifiuto del collega di giunta e preparare di conseguenza la sua linea; Majorino, che non ha mai preso in considerazione il ritiro, ha abbracciato le istanze del mondo impegnato nel volontariato e nell’accoglienza.

Sala, il favorito, è un manager, l’eroe di Expo, del grande evento che da più parti si dice riuscito, ma che ha avuto il “solo” difetto di aver dimenticato l’oggetto stesso e il fine della manifestazione: Nutrire il Pianeta. La questione Sala, però, è di maggiore consistenza e va oltre lo stesso candidato. Sala, di fatto, è l’espressione dell’abdicazione della politica, della sua subalternità ad una concezione aziendale del governo di una grande città metropolitana: è, appunto, un manager. Ma quali sono le sue idee? A parte dire, a ogni piè sospinto, di essere uomo vicino alla sinistra, la verità è che, all’Expo, ce lo ha messo la Moratti e lo stesso Berlusconi lo avrebbe volentieri visto come il suo campione.

Le Primarie, che dovrebbero servire a un confronto costruttivo tra diverse ipotesi politiche e programmatiche per scegliere il candidato più adeguato, sono state invece una giostra per ostacolare o sollecitare candidature in un’ottica matematica di possibili consensi. E ora che tutti si sono accomodati, bisogna agire con la forza delle proposte. I cittadini hanno bisogno di chiarezza, di concretezza e di unità, per concentrarsi sull’unica domanda utile: quali sono oggi i problemi maggiori per Milano?

A mio parere, il primo, non esclusivo della nostra città, anzi comune a tutte le grandi città metropolitane, è quello di essere, come dice Zygmunt Bauman, discarica della globalizzazione, la quale produce problemi che si generano, appunto, su scala globale (immigrazione, disoccupazione…), ma che ricadono su quella locale. Di questa realtà, che va naturalmente ingigantendosi, la politica milanese non sembra avere consapevolezza e non ha previsto mezzi e i poteri per affrontare simili eventi.

La seconda questione è l’irrisolto rapporto tra la città di Milano e la Città Metropolitana. Il tema urbanistico non è che una faccia di questo problema. Cinque anni fa il Piano di Governo del Territorio firmato Moratti-Masseroli venne impostato sulla massimizzazione della rendita fondiaria e dell’industria edilizia (poi ci fu la crisi) ed una certa “politica di potenza”, con una crescita inizialmente prevista fino a due milioni di abitanti. Quel Piano è stato solo in parte contenuto, ma quella visione, quella ideologia, e quegli intrecci di interessi e forze dominanti, non sono stati domati. Si era allora detto, all’inizio del mandato Pisapia, che non si poteva fare altro, ma che appena possibile si sarebbe messo mano ad un nuovo piano, secondo la visione nuova della Giunta Arancione. Questo non è successo e ci troviamo ancora al palo di partenza.

Il Piano prevede ancora, infatti, una città a trazione rendita fondiaria, altro che Milano/Europa Milano/Mondo Milano/Innovazione, Milano motore d’Italia, Milano laboratorio e tutta la retorica che vi gira intorno. La nascita dell’Ente Città Metropolitana avrebbe dovuto portare a un ripensamento di visioni, equilibri, centri di forza e di gravitazione, assetti, sistema della mobilità e dei servizi, e invece permane uno stato comatoso, come abbiamo constatato anche nei recenti giorni di allarme ambientale, in cui la città metropolitana avrebbe dovuto decidere e coordinare politiche ed interventi, invece nulla di nulla. Sarebbe stato assolutamente necessario che il prossimo giugno si andasse alle elezioni non solo del Comune ma anche della Città Metropolitana con un confronto elettorale che sviscerasse i problemi e avvicinasse il nuovo Ente ai cittadini e che facesse dialogare la città con le periferie. Insomma, ci sarebbe stato bisogno di un “bagno di democrazia”. Si è invece trovato più comodo sfruttare in modo parassitario quello che dice la legge Del Rio, cioè che in mancanza di elezioni dirette, sindaco della città metropolitana è il sindaco della città capoluogo, cioè di Milano.

In attesa delle Primarie proviamo a individuare nei programmi dei candidati la gestione delle priorità. Si dice che non c’è bisogno che i candidati presentino programmi e idee perché la gente “vota emozionalmente”. Sarà sicuramente così, ma questo avrebbe il sapore di un epitaffio.

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