La cultura cristiana ha perso. Viva la cultura cristiana.

di Stefano Indovino

Finalmente. Anche per quest’anno possiamo archiviare le feste natalizie. Messa alle spalle la corsa olimpionica del regalo last minute per comprare quel piccolo pensiero utile solo per non fare brutta figura; passata la maratona dei pranzi e delle cene con i parenti che, quando va bene, sono un bel momento conviviale, quando va male ti ritrovi agonizzante a giocare a tombola, pensando al biglietto per la Lapponia che prenoterai l’anno successivo. Sembrano persino offuscate dalle innumerevoli fette di panettone mangiate le polemiche portate avanti da Salvini & Co., riprese dai giornali prima che l’emergenza smog le facesse cadere nel dimenticatoio, riguardo la necessità di preservare le tradizioni e la cultura cristiana, utilizzando come una clava iconografica il presepe.

Il presepe, che per tradizione viene allestito, lasciando libero fino alla notte di Natale quel piccolo giaciglio fatto di paglia che accoglierà Gesù di Nazareth. Uno spazio che lasciamo vuoto in quelle settimane, mentre siamo presi dalla frenesia della festa dei consumi, dimenticandoci del messaggio religioso che dovrebbe stare alla base di questa festività, e che i cattolici ricordano ogni anno, con un Dio che sceglie di farsi uomo in mezzo agli uomini, nascendo ultimo fra gli ultimi. E allora servirebbe capire cosa ci passa per la testa, quando si tenta di parlare di “nostra cultura” o di “cultura cristiana”. Innanzitutto è necessario un indispensabile passo indietro. Bisognerebbe comprendere, cioè, cosa s’intende quando utilizziamo il termine cultura. Tento di farlo rapidamente e schematicamente, anche se sul tema ci sono lunghi trattati e discussioni.

Nell’antichità il riferimento è agricolo: cultura è coltivazione dell’uomo nella sua vita interiore, che può e deve essere continuamente arricchito in ogni sua stagione, in una misura sempre più ampia e in un’attuazione sempre più compiuta. C’è un significativo sviluppo nel corso dell’XIX secolo in cui, con il termine cultura, si intende tutto ciò che, provenendo comunque da un insieme di uomini, ne diventa possesso comune, proprio e caratterizzante. Attraverso questo ribaltamento da una sfera privata ad una pubblica, inevitabilmente, ci ritroviamo di fronte alla possibilità di avere diverse culture, tanti quanti sono i raggruppamenti umani. C’è poi un terzo importante passo in avanti, avvenuto negli ultimi decenni, per cui, con il termine cultura, s’individua una particolare interpretazione della realtà, che assurge a sistema condiviso di valutazione delle idee, degli atti, degli eventi e quindi anche un complesso di modelli di vita. Ogni cultura intesa così comporta la creazione di una scala di valori proposta ed accettata entro un determinato raggruppamento. È dentro questa cornice che ci ritroviamo di fronte a due strade percorribili: intendere la cultura cristiana come il complesso dei simboli e delle tradizioni accumulate nei secoli, svuotate del loro valore sacrale e riempite esclusivamente della dimensione acquisita nel corso della loro manifestazione secolare; oppure immaginare come inscindibili il significato del complesso valoriale e delle tradizioni cristiane diffuso nelle nostre società e la loro radice religiosa.

È evidente che il contributo dato dal Cristianesimo alla cultura europea è importante. Uomini e donne che hanno partecipato al progresso della collettività in tutti i campi, grazie alle loro capacità, alla loro fede, al loro mettersi al servizio della società, alla testimonianza che hanno dato. Non si può pensare che la cultura, anche nella sua accezione più recente, non debba avere un suo fermo ancoraggio nella dimensione privata, di discernimento interiore, legato, nel caso della cultura cristiana, al desiderio di trascendenza dell’uomo e all’esigenza di vivere questa dimensione terrena dando il meglio di sé. Perché non c’è crescita collettiva, non c’è produzione culturale senza una crescita personale. Il problema è che, sempre più, questa esigenza di trascendenza, questa capacità di fare i conti con le domande profonde che ciascun uomo si pone, a prescindere dal fatto che si sia credenti o atei, viene accantonata e messa in un angolo, in favore di stili di vita più orientati alla filosofia del carpe diem, alla ricerca del piacere momentaneo, del guadagno immediato, della felicità effimera. È ovvio che questa è una semplificazione, ma se continuiamo a ripeterci che questa è la società in cui imperano egoismo ed edonismo ci rendiamo conto che siamo ben lontani da quel comandamento universale che chiede ad ogni essere umano di amare il prossimo come ama sé stesso.

La verità è che la “nostra cultura cristiana”, come amano chiamarla coloro i quali a ogni piè sospinto ci ricordano “le nostre origini giudaico cristiane”, ha perso. Nel senso che oggi non è maggioritaria. Non trova spazio in una società in cui il guadagno viene prima dell’uomo, come evidenziato dal Santo Padre nell’ultima enciclica Laudato si’, dove si pensa che la giustizia possa prescindere dalla misericordia e dal perdono, sempre per ricordare il cardine del pontificato di Papa Francesco. Quella cultura millenaria, proprio per l’ambito in cui è nata e si è sviluppata fra mille contraddizioni, non può essere ridotta a un involucro vuoto, che racchiude usanze quasi ridotte ad una dimensione folkloristica. La cultura cristiana ha sempre avuto bisogno di testimoni coerenti, cresce nella vita delle donne e degli uomini di buona volontà, di chi sa che la gioia dell’essere cristiani sta nella capacità di accogliere l’altro, rendendo migliore la propria vita. Con le fatiche e i limiti che ciascuno di noi ha in quanto uomo che vive in questo mondo complicato e contraddittorio. Perciò sì, la cultura cristiana, per il momento, ha perso la sua sfida, e non sarà certamente qualche strepitio natalizio di chi vuole chiudere le frontiere o qualche titolo di giornale a cambiare lo stato delle cose.

Per conto mio, resto convinto del fatto che questo mondo abbia bisogno di una religione illuminata dal dono della razionalità, che sia capace di non essere contro, ma a favore, in grado di arricchirsi attraverso il dialogo con tutti, riconoscendo una scintilla di verità in ciascun uomo e ciascuna donna, capace di raccogliere le sfide della contemporaneità. Capace di riempire di senso la vita delle persone.

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