l’Europa a Pezzi

di Giordano Di Fiore

Mi viene in mente una vecchia canzone degli Skiantos: “Sono Contro”. L’Europa è a pezzi, dilaniata da contrasti che ne minano le sue stesse fragili fondamenta. Grecia, Polonia, Ungheria, Francia, ed ora Spagna. Trascurando il Regno Unito, che è, da sempre, con un piede fuori.

L’analisi politica ha già messo in luce numerosi aspetti contestuali: la rinascita dei nazionalismi, la metamorfosi dei Paesi appartenenti all’ex blocco sovietico, soprattutto l’ascesa dei cosiddetti partiti “contrari”. Che si chiamino 5stelle, Syriza, Podemos (o Ciudadanos) o Front National, l’idea di fondo sembra essere comune: organizzazioni politiche che si presentano come anti-sistema, anti-establishment, anti-casta, vicine al movimentismo ed a forme di partecipazione e mobilitazione disorganiche, destrutturate, non gerarchizzate. Per estremizzare, possiamo parlare di partiti anti-partito.

E’ chiaro come questo tipo di definizione porti già in seno tutte le contraddizioni del caso. Come già, anni fa, Alberoni illustrò nel suo Movimento e Istituzione, una volta adottata la forma partitica, inevitabilmente, si perdono le caratteristiche più anti-sistemiche. In Italia, abbiamo, tra i vari, vissuto il caso emblematico della prima Lega Lombarda: nata come organizzazione secessionista, eventualmente disposta all’uso delle armi per raggiungere i propri obiettivi, istituzionalizzandosi, si è trasformata in partito di governo per diversi anni, perpetrando anche una serie di scandali contro i quali essa stessa era nata, diventando parte attiva della Roma Ladrona, ormai nemica nel solo immaginario propagandistico. Anche il Movimento 5Stelle porta dentro di sé il peccato originale: propositore di democrazia diretta, e tuttavia governato in modo verticistico da due leader. Per far digerire meglio la contraddizione, gli stessi si ergono a controllori, non si candidano a posizioni di rappresentanza politica; questo non ne cambia, per nulla, la sostanza.

Ad ogni modo, non vorrei affatto dilungarmi sulle più o meno palesi ipocrisie dei partiti “contro”, in Italia, come nelle altre nazioni europee. Ciò che mi preme sottolineare è una considerazione, già avanzata molto meglio di me da intellettuali di varia estrazione. L’umanità sembra mossa da due pulsioni uguali e contrarie: da un lato c’è la pulsione verso la libertà, il famoso “il re è nudo”, dunque la voglia di distruggere regole, costrizioni, capi, gerarchi, caste e qualunque cosa sembri volerci comandare in modo più o meno subdolo, truffandoci ed abusando della nostra buona fede. Allo stesso tempo, l’umanità è mossa dall’esigenza di muoversi all’interno di un branco, che dà forza, dà certezze, e sembra rappresentare al meglio le nostre istanze di libertà e giustizia.

Fu così durante il fascismo, fu così durante il nazismo, fu così durante i vari moti rivoluzionari che hanno segnato la storia dell’umanità. Lo stesso Isis, per quel poco che ne sappiamo, si muove con logiche di riscatto del tutto simili: la ribellione organizzata in branco.

Il punto, però, tornando ad Alberoni ed al suo Movimento e Istituzione è proprio questo: la ribellione organizzata non è più ribelle. Ed, al contrario, per poter gestire tanta forza distruttiva (pensiamo alla Germania del dopo Weimar), c’è necessità di un’organizzazione fortemente accentrata e burocratizzata. Con la risultante che, nel momento in cui questa organizzazione diventi essa stessa il potere, ne risulterà incontrollabile, e commetterà i più atroci misfatti.

Con questo, non voglio assolutamente affermare che Podemos e Le Pen, in realtà, dicano la stessa cosa, o che siano, entrambi, degli Hitler in erba. E, per questo, non mi sento di plaudire alla palude che, spesso, si crea, per interessi di casta, tesa a neutralizzare queste nuove forme di “anti-politica” (leggi, ad esempio, il blocco che si è creato in Francia, per respingere il Front National, vittorioso alle urne).

Dico soltanto che partiti molto meglio organizzati, come ad esempio il PD in Italia, dunque molto più immuni da tendenze autocratiche, non dovrebbero rincorrere il movimentismo, giocandosi le sole carte false della comunicazione e dello story telling, per poi, nei fatti, andare in direzione opposta. In Italia, ad esempio, si è giocata la carta Renzi, che, con la parolina magica “rottamazione” ha rincorso e, fino ad oggi, neutralizzato i “contrari”. Tuttavia, nella sostanza, anziché rinnovare un sistema pieno di tarli, Renzi ha dato vita ad un’istituzione (il partito della nazione) essa stessa da rottamare. E rottamare il PD, inteso come grande partito di solida tradizione, può voler significare lasciare un enorme spazio a modalità molto meno democratiche, per questo pericolose.

Dunque, la lezione dovrà essere quella di smettere di inseguire la narrazione, ed, al contrario, cercare di assimilare il meglio di quello che i Podemos d’Europa ci possono insegnare. Significa smettere coi caminetti ed i cerchi magici, e dare finalmente il via a forme di organizzazione orizzontali, che, nelle odierne strutture, mancano totalmente. Prendendo sempre il PD, come esempio su tutti, vediamo che la trasformazione da sezioni a circoli non ha risolto le contraddizioni del “centralismo democratico”: al contrario, ha trasformato questi ultimi in comitati elettorali, a scarsa partecipazione, con insufficiente analisi politica, ed una mobilitazione strumentalizzata alla sola ricerca di voti, senza un reale operato sul territorio. Al contrario, credo che vada inseguito un modello che non vede il solo Congresso come unica fase di avvicendamento politico: i circoli debbono avere una propria posizione specifica, necessariamente da confrontare e condividere con gli altri circoli. Devono essere dotati di informatizzazione, in modo da poter organizzare quell’energia proveniente dalla base, che, altrimenti, viene dissipata e raccolta altrove.

E’ un discorso che va approfondito meglio: certo, non basta un computer a garantire nuova partecipazione e linfa democratica. Ma questo dev’essere il percorso: oggi, le primarie sembrano uno strumento molto “americano” di spettacolarizzazione della politica, ove si ha una spasmodica ricerca del candidato forte che “spiezzi in due” tutti gli avversari. Non è, questo, un modello virtuoso: il candidato, o i candidati, dovrebbero rappresentare l’ultima fase di un processo politico continuo, il coronamento di un lavoro costante sui territori.

Esistono, oggi, sistemi open-source che consentono un dialogo trasversale, la possibilità di votare istanze, per poi andare ad agire concretamente, e con il consenso. I partiti devono investire in nuove forme di comunicazione. Anziché sprecare miliardi con le agenzie e con i “guru”, le organizzazioni di partito debbono cominciare a guardare verso il basso. La forza del socialismo fu la sua idea internazionalistica: attualmente, non riusciamo a guardare ad un palmo dal nostro naso, o dalla nostra sezione, quando ci sarebbero tutti gli strumenti per comunicare, con i “compagni” svedesi, con i “compagni” greci, o con i compagni di Affori e Corvetto!