Quale futuro per gli scali ferroviari?

di Lucia Giorgianni

Questo articolo è stato redatto a novembre, prima del voto negativo espresso dalla giunta comunale in data 10 dicembre 2015, voto che, di fatto, ha congelato il futuro degli scali milanesi dismessi. Abbiamo deciso di pubblicarlo ugualmente, con il suo carico di dubbi e speranze,  perché, a nostro parere, è proprio questo fondato clima di incertezza che ha portato sotto la giunta: Biscardini, tra i più autorevoli “contrari”, ha parlato di operazione da “piccola immobiliare”. Speriamo, altrettanto, che questa scelta non si trasformi in un gigantesco autogol a favore della destra, con una conseguente operazione ancora più cementifera.

Tutto pronto. L’accordo tra Rete Ferroviaria Italiana, Regione Lombardia e Comune di Milano è stato firmato la scorsa estate e si è conclusa così l’annosa questione sulla destinazione urbanistica dei principali scali ferroviari milanesi dismessi: San Cristoforo, Porta Romana, Rogoredo, Lambrate, Greco-Breda, Farini e Porta Genova. Si tratta di un intervento di riqualificazione colossale, uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana presentati a Milano e in Italia da molti anni. La promessa è che non vi sarà consumo di suolo, ma il riutilizzo di terreni che ospiteranno edilizia libera e sociale, servizi e spazi verdi. Inoltre, con le risorse economiche derivanti dalla valorizzazione delle aree, saranno finanziati interventi di sviluppo del sistema ferroviario. Lo scalo maggiore è quello di Farini, 500mila mq in un quartiere da far rivivere, vicino alla rinnovata zona di Porta Garibaldi – Porta Nuova, che vedrà un insieme di attività commerciali e terziarie inevitabilmente troppo fitto, per garantire il parco che si dovrà estendere su metà superficie.

Milano dunque si trasforma e rinasce? Per capire meglio, per convincerci se quel che s’affaccia sia davvero una “magnificenza civile”, guardiamo i numeri. In totale sono più di 1.200.000 metri quadri, attualmente in stato di abbandono. L’accordo prevede di dedicare al verde 595mila metri quadrati, di cui 513mila destinati a parchi: il più grande sarà un “parco lineare” da San Cristoforo a Porta Genova. I restanti 676mila metri quadri saranno destinati all’edilizia: 520mila a quella libera e 156mila a quella sociale. Le proporzioni saltano all’occhio, non senza motivo d’allarme: c’è una netta invadenza dell’edificazione privata, molto fitta e sviluppata in altezza.

La torta è pronta, dunque, ma chi la mangerà? Oltre agli oneri di urbanizzazione che incasserà Palazzo Marino, si fanno avanti i portafogli di investitori italiani ed internazionali, realtà europee, ma anche americane, orientali, australiane. Gli indici edificatori ancora una volta sono impropri, pur di far tornare i conti di Ferrovie e Comune, uniti nel lucrare l’aspettativa di rendita fondiaria. I frequentatori della Milano cool godranno di nuovi locali con vista grattacieli, evocando l’atmosfera di Parigi, Londra, New York. E’ la consueta sottomissione agli interessi privati, nella dubbia speranza che possano almeno in parte corrispondere al bene collettivo?

Di certo c’è che, su Milano, arriverà ancora qualche milione di metri cubi di cemento: forse, non ne abbiamo bisogno. Non abbiamo nemmeno bisogno di nuove torri del lusso: la densità della città è in costante aumento e la superficie resta quella che è, dunque la sfida logica ammonirebbe di recuperare altro spazio libero e pubblico. Di certo c’è che una fettina sottile di torta sarà riservata all’housing sociale (alloggi a canone moderato), così si faranno contenti tutti, perché piacciono e confortano le parole sociale, verde, alberelli, ciclopedonale, di cui il progetto, sulla carta e nella comunicazione, è ampiamente costellato. Ma che peso avranno nella realtà? Vale la pena di chiedersi quale sarà il prezzo da pagare in una città che rischia il soffocamento. La città privata s’impone alla città pubblica.

Una città così potenzialmente bella e importante non può permettersi di trascurare – pur di compiacere interessi privati – la concezione sociale. Quella che, insieme allo sviluppo, ambisce alla dignità fatta di cose concrete e materiali, anche di modernità, certo, ma che non perde mai di vista i valori emotivi: la capacità di suscitare curiosità e stimoli, di generare sicurezza, di rispondere alle aspettative e ai bisogni dei cittadini.

Una città così potenzialmente bella e importante non può permettersi di trascurare – pur di compiacere interessi privati – la concezione estetica di un’armonica architettura generale. Ciò che vediamo invece, oggi, nelle nuove aree, è una miscellanea di architetture di diverso genere, per dimensione, qualità e linguaggi, che spiccano per incoerenza e mancanza di coordinamento. I sette scali sono, forse, l’ultima occasione cruciale per un disegno organico di trasformazione della città contemporanea metropolitana, dove i luoghi urbani e le periferie rigenerate siano spazi del vivere condiviso e non di separatezza sociale. Ma in quelle ferrovie, sui quei binari il treno dei desideri all’incontrario va.