Mai visto il Mar Nero?

di Annalisa Scandroglio

Cade la chioma indipendente dalla fortezza della spalla destra popolata da sirene, dall’incavo del collo alla spina della scapola. Le punte si accendono come lumini tra le ciglia sotto il sole del terzo giorno. Lo vede che nasconde le pupille funambole dietro gli occhiali scuri mentre lei si pulisce dalla sabbia e dalle code che impazzano sulle guance blu.

Non la tocca mai. Ahi!

Mette i piedi nelle stesse orme e le trova ancora fresche.
E’ fortunato, si dice a Nessebar. E’ destinato, nel centimetro tenero tra la sabbia umida e l’ultima onda.

Sponda sicura. Sicuro?

Lo sente arrivare e si gira di spalle. Un balzo, si sdraia sul tetto coperto di sabbia e di stelle. Si dice che appoggia sempre il gomito sulla sua ombra alla parete di fianco, annegando le sirene tra le canzoni senza favori che a lui piace cantarle.

A voce bassa. A testa alta.

Perché si sente meglio quando si sente solo. Quando guarda basso e come un sasso lancia le mani sul mare per farle saltare, almeno tre volte per dire /Ne sono capace!/ 
Muove le dita con calma a cercarla tra le onde di moti e di versi. 
Riversa gli occhi a fessura e abbassa le lenti: /E’ un peccato di occhi chiari in tempi scuri. Di occhi scuri in temi chiari./
E si strofina il naso per non vederla più, per sentirla ancor più sua. Dal mare alla fortezza. Dalla sabbia all’oceano di occhi.
Via gli occhiali. Nel cassetto senza sole della scrivania.

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