Nasceranno da noi uomini migliori

Un voto su tre è Comunista, di Gianmarco Cravero

di Gianmarco Cravero

Ah, lo so, lo so: non fare questo, non fare quell’altro, non ti devi agitare… È domenica, l’8 di novembre, giornata bellissima, sembra primavera. Le premesse per lo svago ci sarebbero tutte, ma una costipazione mi sta attanagliando da qualche giorno e, di tutti, oggi è il peggiore. Fazzoletti, unguenti, pastiglie e tutto l’armamentario tipico mi perseguitano, con mia grande stizza, mentre, invece, dovrei stare tranquillo, come si addirebbe alla mia età. Già, ed è proprio questo che mi agita. Il malessere, da sempre, mi provoca un sentimento, che è anche un desiderio, di solitudine. E questa solitudine mette in moto la testa, che, però, procede senza alcuna guida: in questo momento, è tornata indietro di quasi 40 anni.

1976, estate, l’anno in cui il PCI conquistò un terzo dei voti degli italiani. Grande soddisfazione, soprattutto per me e la giovane compagna con cui da allora condivido la vita. Festeggiammo con diversi compagni e amici cari in un circolo ARCI, posto al piano terra di una bella sezione del PCI, situata in una simpatica villetta a Turro, con una gigantesca frittura di mare e dell’ottimo vino bianco, pugliese e ben fresco. Intanto, ricordavamo la campagna elettorale, le nostre avventure e fatiche e…il futuro (noi non potevamo saperlo ma, da lì ad un anno, la grande anima e organizzazione del PCI, oltre agli amici presenti in quella tavolata, avrebbero salvato la vita di nostra figlia, ma questa è un’altra storia). A quei tempi l’attacchinaggio non aveva regole, ogni luogo andava bene, con l’unico limite della buona educazione.

Come sempre, alla mezzanotte del venerdì, si entrava nel silenzio elettorale e, qui, iniziava il nostro lavoro. Per tutta la notte avremmo vigilato sulla nostra zona, per evitare che venissero strappati o coperti i nostri manifesti, oltreché presidiare i seggi. Mitici i racconti e le gags che ci raccontavano gli anziani su questi argomenti, uno in particolare: pare che avessero “inventato” una sorta di paraffina liquida invisibile. Passata sui manifesti asciutti solidificava e non si vedeva di modo che, qualunque altro vi fosse applicato sopra, nell’asciugarsi, scivolava via. Ci dividevamo, quindi, in gruppetti e passeggiavamo per le vie, mentre almeno un compagno faceva la spola in moto, per controllare eventuali problemi o segnalare allarmi. Le compagne più anziane, che certamente non avevano avuto vita facile durante la guerra, restavano, invece, in sezione, a preparare caffè in abbondanza, da portare, durante la notte, anche ai militari che presidiavano il seggio. Affidarono a me ed alla mia compagna, facendo loro tenerezza, il giro delle vie vicine alla sezione, dense di abitazioni e, ovviamente, di manifesti.

Passeggiando, ci rendemmo conto che l’MSI e la DC di Comunione e Liberazione stavano coprendo tutti i nostri manifesti. In attesa, quindi, della staffetta, siccome la colla era freschissima, iniziai a toglierne qualcuno, per ristabilire l’ordine. Mal ce ne incolse! Pochi minuti, e fummo circondati da tre auto: immediatamente, scesero dei ceffi con in mano dei bastoni. Inutile che mi metta qui a magnificare il mio eroismo, che non ci fu, ma in pochi secondi successe l’impensabile: mentre cercavo di mettermi fra loro e la mia giovane compagna, sentimmo il rumore di qualche portone che si apriva, mentre voci arrivavano da diversi balconi. Erano gli abitanti! In canottiera, pantaloncini e ciabatte, svegli per il caldo, stavano scendendo minacciosi, chiamandosi a gran voce per allontanare i violenti.  Ecco, erano anni duri quelli, chissà cosa avrebbe potuto succedere, ma non ci penso, né ci pensammo allora.

Chi avrebbe potuto credere che, partite le auto, arrivarono bottiglie di vino e bicchieri di carta per socializzare e chiacchierare sull’indomani, seduti dove capitava? A quell’epoca, essere comunisti non era un mestiere, quanto piuttosto un modo d’essere, ed i cittadini si fidavano di noi. Oggi (già da un po’, a dire il vero), si fanno giaculatorie ipocrite ed auto-assolutorie ad ogni Festa della Liberazione, come ogni buon democristiano ha insegnato, mentre trionfano presunzione ed alterigia, segnali inequivocabili di autoritarismo.

Nazim Hikmet (1901-1963) era un poeta turco, che restò in carcere per dodici anni, a causa della sua opposizione alla dittatura di Kemal Ataturk, ed è riuscito ad esprimere, in questa sua lirica, la speranza, anzi la fiduciosa certezza che la nuova generazione, la generazione, cioè, di coloro che non hanno conosciuto la guerra e le lotte sociali, sarebbe stata migliore e più felice di quella del poeta, e di tutti coloro che sono nati dal ferro e dal fuoco. Chiaro è il riferimento, in questa lirica, alla lotta contro la dittatura che in quegli anni (la lirica è stata composta nei primi anni Quaranta) deteneva il potere in Turchia.

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando
le stelle del cielo
diranno:
«Com’è bella la vita!»
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva,
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
E nemmeno
la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni
questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.

Nazim Hikmet era un comunista e questa la sua visione del mondo era questa: il regime, oltre ad incarcerarlo, gli aveva proibito di scrivere e diffondere le sue poesie. Lui è un GUFO, ed io con Lui.

Annunci