La sinistra, il terrorismo e la guerra

A Milano la "diamond tower" si illumina con il tricolore francese

di Giordano Di Fiore

Negli ultimi mesi, mi capita spesso, per ragioni sentimentali, di raggiungere Parigi. Sono una persona, in genere, poco propensa ai cambiamenti, ed anche abbastanza “fifona”, come diceva mia nonna, pertanto non ho mai accettato troppo di buon grado queste trasferte: l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, e gli aerei che ogni tanto collassano non hanno certo influito positivamente sul mio umore ansioso. Tuttavia, il perdurante contatto con questa città a me, prima, quasi del tutto ignota ha fatto sì che, in qualche modo, me ne innamorassi. Non è proprio un innamoramento, in realtà, ma un sentimento di mancanza, quando ne sono assente per un po’ di tempo.

Rue de Charonne è una via piuttosto deliziosa, dove spesso mi capita di passare, per passeggiare o per andarci a cena. Venerdì scorso, avrei, senza dubbio, potuto capitare in quella tragica lista di scomparsi, dunque mi sono sentito toccato quasi personalmente. Paura (terrore?), sconforto, rassegnazione, impotenza: si provano parecchie emozioni, di fronte a quanto è successo. Tuttavia, non riesco a provare odio. Quando sento parlare il presidente Hollande, e pronunciare la frase “saremo spietati”, e quando leggo dell’intensificarsi dei bombardamenti in Siria, non gioisco. In una vicenda così tragica, non riesco a sentirmi di parte.

Non ho mai amato particolarmente Gino Strada: anzi, quel suo modo di fare un po’ rude, e, paradossalmente, un po’ “violento”, come di tutti quelli che hanno una verità in tasca, me lo rende ostico. Non ho, nemmeno, mai amato il pacifismo, con quel suo sapore un po’ radical-chic, come la new age e lo yoga, adatto a noi occidentali dalla pancia piena. Per cui domenica, quando l’ho sentito parlare su Rai Tre, d’acchito, ho pensato, le solite banalità: la guerra è sbagliata, la guerra non risolve niente, ecc. Ho pensato, le solite parole retoricamente vuote, che non porteranno mai a nulla.

Eppure, non sono riuscito a togliermi immediatamente quelle parole dalla testa. Ho pensato che ciò che tutti noi occidentali abbiamo vissuto venerdì è quanto viene vissuto quotidianamente dall’altra parte. Facciamo mente locale: quando un Renzi propone, ad esempio, la sua riforma della scuola, ecco che si scatenano immediatamente cortei, manifestazioni, sindacati, studenti, lavoratori, cariche della polizia, ecc. Quando si annuncia un bombardamento, al contrario, non ci fa caso nessuno. E’ la normalità. Viene colpito un ospedale civile? Poverini. Mezz’ora, e tutto si cancella. E’ qualcosa di lontano, di ovattato, di tremendamente distante. Ecco che, non appena questo orrore si scatena nelle nostre città, persino Facebook o Google modificano il loro aspetto grafico. Facebook, nella notte di venerdì, ha attivato il security check, per verificare che gli iscritti registrati nella zona del crimine fossero sani e salvi. Le parole di Gino Strada, o del Papa, probabilmente, sono retoriche. Ma suonano autentiche. Più autentiche del security check di Facebook.

Come dobbiamo tradurre quanto sta accadendo? Dobbiamo, in modo compatto, cavalcare uno spirito da “crociati”, oppure è giunto il momento che – come fu per il Vietnam –  milioni di persone, in tutto il mondo, comincino a rendersi conto delle atrocità che vengono perpetuate ogni giorno, al punto di averci totalmente assuefatto?

Menti visionarie come Orwell parlarono, molti anni or sono, di teoria del conflitto permanente, ovvero della creazione ad arte di un nemico costante e non vincibile: artificio propagandistico finalizzato a rinsaldare le élite e giustificarne ogni comportamento, dietro il roboante imperativo della sicurezza e dell’appartenenza. Grazie a questa teoria, persone come Blair possono mentire e condannare a morte, in modo del tutto impunito.

Non giustifico il terrorismo, per carità. Stiamo parlando di crimini atroci, inumani, come lo stesso Bergoglio ha giustamente sentenziato. Allo stesso tempo, però, se esiste ancora una sinistra, in Italia, ed in Europa, non è bene che esca dal suo decennale torpore e cominci ad alzare la voce, prima che sia troppo tardi?

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