Le ruspe non piacciono soltanto a Salvini..

Immagine per gentile concessione di Augusto Tacchetti

di Lucia Giorgianni

Nel secondo giorno di maltempo, tanti occhi guardano il cielo oscurato da nuvoloni che minacciano ancora pioggia. Succede. L’acqua arriva violenta, s’infiltra in ogni incrocio allagando le vie. I tombini esplodono, detriti di varia natura galleggiano, un odore nauseabondo, una fogna a cielo aperto, strade come canali, cantine allagate; salta l’energia elettrica, arrivano i pompieri, la polizia locale, le camionette dell’esercito.

Non è un disaster movie americano: siamo a Milano Città Metropolitana, nella zona nord densamente popolata, tra i quartieri di Niguarda, Pratocentenaro, Isola, sotto i quali scorre il fiume Seveso, che esonda ormai da decenni con una frequenza che può raggiungere i quattordici eventi in un anno, come è successo nel 1979, ben dieci esondazioni nel 2014.

Il Seveso è tra i fiumi più inquinati d’Europa e, l’alto livello di urbanizzazione lungo le sue sponde, con la relativa cementificazione, ha reso la permeabilità del terreno pari a zero. Quando piove, l’acqua cola nei tombini, non trova sfogo e fa il percorso inverso provocando l’esondazione. L’inquinamento industriale s’aggrava mescolandosi con le acque di fogna e i fanghi rilasciati sono altamente tossici.

Cosa si è fatto e si fa per risolvere il problema? Tra gli anni ’50 e ’80, si è realizzato il canale scolmatore di Nord Ovest per deviare una certa quantità d’acqua verso il Ticino. Si potrebbero contemplare, ora, altre deviazioni del corso del fiume più risolutive? Comunque sia, le acque sporche non le vuole nessuno e la bonifica del Seveso è urgente. Una recente indagine giudiziaria ha individuato ben 400 scarichi abusivi e innumerevoli ostruzioni nell’alveo del fiume. E non basta la bonifica, perché è la quantità, più che la qualità, a provocare le esondazioni.

Ad oggi, gli interventi (o i non-interventi) sono costati più quattrini in risarcimento danni di quelli che si sarebbero potuti spendere per un risanamento, senza contare le multe che la Regione dovrà pagare all’Unione Europea per la mancata pulizia delle acque: nel 2016 scatteranno le sanzioni e la Lombardia, nella situazione in cui si trova, dovrebbe pagare 74 milioni di euro. La risposta delle autorità preposte è rappresentata dalle vasche di laminazione. Si tratta di opere idriche, grandi bacini scavati in profondità, atti a ridurre la portata di un corso d’acqua in straripamento, con lo stoccaggio temporaneo di parte del volume dell’onda di piena.

Le vasche sono previste nei comuni di Senago, Paderno Dugnano, Varedo, Lentate e Milano. Quest’ultima, in una zona ad alta densità abitativa nel Parco Nord: un abisso grande come quattro campi di calcio per cui bisognerà abbattere un bosco. Sarà davvero questo il danno minore? Se lo chiedono i cittadini di Bresso, che, dalle loro finestre, respirano il profumo dei tigli destinati all’abbattimento, per lasciare spazio ad acque scure e maleodoranti; se lo chiedono i residenti di Milano Nord, che attendono da anni una soluzione definitiva. Secondo le autorità, le vasche di laminazione rappresentano l’unica soluzione in tempi brevi individuata dall’Aipo, l’autorità di bacino del Po, che ha gestito in questi anni il grande fiume “dando prova di competenza”.

Ma il progetto vasche ha molti detrattori, che ne contestano sia l’efficacia, sia il rischio ambientale correlato. Sono nati, infatti, dei comitati, come quello “Anti Vasche di Senago, che ammonisce: queste vasche distruggeranno un patrimonio naturale e non salveranno dagli allagamenti.

Anche il “Comitato Acque Pulite” di Milano si batte per “evitare il disastro”, ritenendo che le vasche di laminazione siano la risposta sbagliata ad un problema grave, che deve essere risolto, comunque, nell’immediato, perché i cittadini non devono più sopportare danni economici alle attività commerciali e alle case. Se l’immediato è la vasca di laminazione, “che vasca sia”, a condizione di temporaneità, dunque, a condizione che venga messo per iscritto un termine, oltre il quale le vasche saranno rimosse o convertite, e che, di pari passo, si proceda con soluzioni alternative permanenti. Detto questo, il Comitato ritiene che la vasca del Parco Nord, comunque, dovrebbe essere evitata, perché conterrebbe una quantità di acqua modesta, e, dunque, in questo caso si potrebbe già procedere con gli altri interventi.

Aggiungo, per completezza di cronaca, che, da fonti diverse, la vasca nel Parco Nord è dichiaratamente considerata un mero tributo che Milano deve pagare, per far sì che gli altri comuni costruiscano le loro vasche;  “se non lo fai tu, non lo faccio nemmeno io”: mi chiedo se sia davvero questo il criterio con cui decidere un’importante spesa pubblica.

Quali sono le alternative che individua il Comitato Acque Pulite?  Secondo quanto riportato in una recente audizione in Regione Lombardia “l’invarianza idraulica è il principio attorno a cui si possono attuare soluzioni concrete, come ad esempio: cisterne interrate per la raccolta dell’acqua piovana dai tetti, rain garden, tetti verdi, pavimentazioni filtranti nei parcheggi, e molto altro ancora. Questi moderni sistemi, applicati ai nuovi e ai vecchi insediamenti, consentirebbero di raccogliere l’acqua piovana in eccesso durante le grandi piogge e di rilasciarla lentamente in falda ad evento terminato. Queste soluzioni, inoltre, consentirebbero di non disperdere l’acqua raccolta, ma di usarla per altri scopi, come, ad esempio, l’innaffiamento dei giardini, gli scarichi dei servizi igienici, il lavaggio delle auto e via dicendo, dimezzando oltretutto la bolletta dell’acqua potabile. L’impatto delle vasche sarebbe, inoltre, insostenibile dal punto di vista ambientale, e assai rischioso dal punto di vista della salute pubblica, per l’accumulo di fanghi tossici. Esse sono l’unico rimedio previsto dal Piano AIPO: non sono, quindi, una soluzione di emergenza, ma definitiva e permanente. Un’ eredità da lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti!”.

Da che parte guardare, allora, per l’imminente futuro? La mia personale opinione di cittadina vuole guardare avanti, e, mi si permetta di farlo con un salto indietro nel tempo, nei miei ricordi di un passato di residente in Viale Ca’ Granda, angolo Fulvio Testi, ottavo piano.

E’ uscito il Seveso!”: il grido, al risveglio, di uno dei miei fratelli, di chi si alzava per primo, era una consuetudine ormai frequente, e andava a confermare il motivo di quel silenzio strano che udivo nel dormiveglia, di quel suono netto dei fischietti dei vigili, di quelle voci di strada che in altre mattine sparivano sotto i rombi dei motori. “E’ uscito il Seveso” era quasi un grido d’allegria per poter dire “Bello, non vado a scuola!”, per chi poteva disdire un impegno noioso accampando una scusa verificabile, per chi s’avvolgeva in uno scialle e andava sul balcone a vedere scene incredibili, come signori in camicia e cravatta con pantaloni arrotolati alle ginocchia, salvataggi di auto in panne sotto il ponte, buontemponi che spargevano banconote finte facendole sembrare uscite dalla banca allagata, spiando la reazione dei passanti (è successo!).

Beata gioventù e beata incoscienza, mi viene ora da dire. Ma, adesso che sono grande, a tutti i grandi, sia per età che per capacità di uno stimolo sociale costruttivo che metta al centro l’uomo, vorrei dire che non è più tempo di azioni improvvisate, frutto di logiche meramente tecniche, che non tengono conto del fattore umano, non è più tempo di “farsi belli” a spese della salute dei cittadini; i soldi ci sono, le soluzioni pure, guardando all’immediato, ma anche a lungo termine, che è lungo, ma prima o poi arriva e chiude il caso. E dunque può valer la pena partire subito con il piede giusto e con una mano sul cuore, ascoltando la voce di chi, disinteressatamente, lotta per il bene comune e propone alternative politiche, oltre che tecniche. L’altra mano vada sui progetti, quelli che difendono la grande bellezza rappresentata dalle risorse della natura e dalla qualità della vita.

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