Una costituzione omofoba?

Immagine tratta da GayWave.it http://www.gaywave.it/articolo/italia-legge-sull-omofobia-bocciata-la-concia-si-dimette/31193/

l’analisi di Michele Molé

Sono settimane calde per i diritti delle coppie omosessuali. In Irlanda e negli Stati Uniti abbiamo assistito alla recente equiparazione tra matrimoni eterosessuali ed omosessuali. Nelle maggiori città italiane, si sono svolte manifestazioni che chiedevano a gran voce questo piccolo passo in avanti, per quanto riguarda i diritti civili, che altri paesi hanno saputo fare.

Per l’Italia, infatti, è ancora lungo il cammino del ddl Cirinnà sulle unioni civili, che appaiono ben distanti dai traguardi raggiunti in altri Paesi, dove il riconoscimento ha riguardato l’istituzione del matrimonio nella sua completezza. Ma la scelta del governo, se così possiamo dire, è stata “obbligata”: il matrimonio omosessuale in Italia infatti non può esistere, possono invece essere previste unioni civili (modello tedesco per intenderci).

E non è un’opinione, è una sentenza della Corte Costituzionale, la n°138 del 2010, la quale ha esortato a suo tempo l’Esecutivo ad intervenire favorevolmente nei confronti delle coppie di fatto etero ed omo, che si vedevano sprovviste di un riconoscimento per determinati rapporti giuridici fondamentali di coppia, e che la Corte, giustamente, ha visto come una grave lesione degli artt. 2,3 della Costituzione. In particolare, nella mancanza di riconoscimento a formazioni sociali dove la personalità dell’individuo si realizza (art. 2) e come violazione del principio di uguaglianza (art. 3). In sostanza, venne individuata l’urgenza di introdurre le unioni civili omosessuali nel nostro ordinamento ricordando però che:

“Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento (…) possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio.” (Sentenza 138\2010)

Infatti, nella medesima sentenza, è stata altresì rilevata l’impossibilità di estendere l’interpretazione data dai padri costituenti alla definizione di matrimonio e di famiglia contenuta nell’art. 29 (i quali si ispirarono al vigente codice civile del ’42) e ricomprendere, così, anche il matrimonio omosessuale. Questo fondamentale istituto privatistico era visto, come emerge dai verbali delle sedute, come unione tra uomo e donna, privilegiando così la visione “etero”. La Costituzione può e deve essere interpretata anche in un senso evolutivo per adattarla allo sviluppo della società, ma una tale distorsione è parsa come un allontanamento eccessivo alla Corte.

Questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa.” (Sentenza 138\2010)

Quindi, in Italia, purtroppo, il meglio che possiamo dare, tramite un intervento legislativo ordinario, sono le unioni civili (compito al quale, se andrà in porto, dovrebbe rispondere il ddl Cirinnà), poiché, quand’anche verrà introdotta un’equiparazione tra matrimonio eterosessuale ed omosessuale, è probabile che sorga una causa di incostituzionalità. La corte non è omofoba, ma non può fare altro che applicare la Costituzione e muoversi entro criteri interpretativi, non creativi. Una possibile soluzione sarebbe, com’è accaduto in Irlanda, quella di  andare verso una riforma costituzionale della definizione di matrimonio e di famiglia, che, nelle condizioni attuali, non ci permette di allinearci con lo sviluppo del panorama internazionale. Le vie sono molte e gli ostacoli incerti, ma appare evidente che di tempo ne servirà ancora, e non poco. Quello che invece rimane certo è il monito della Corte, che attende paziente di essere rispettato da ben 5 anni, dagli esecutivi che si sono succeduti e dal Parlamento.

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