W il Re e la Famiglia!*

di Giordano Di Fiore

Non ho mai amato particolarmente l’Europa. Sono molto geloso della nostra cultura e delle nostre specificità: per questo, faccio fatica a concepire un’unica entità, con un’unica identità. Tutt’al più che, sbirciando la genesi dei principali stati nazionali, il trait d’union è costituito, tipicamente, dalla lingua comune. E, davvero, difetto nell’immaginarmi una rinuncia, coatta o volontaria, della lingua italiana, in favore di un nuovo esperanto. Inoltre, la lingua comune è soltanto la punta di un iceberg, relativa ad un graduale processo di unificazione culturale. E’ sotto gli occhi di tutti la sostanziale assenza, per noi cittadini d’Europa, di tale processo.

Se posso permettermi, parafrasando ancora una volta Gaber, avrei anche da obiettare qualcosa sulla nostra presunta italianità. Siamo una Repubblica giovane, questo è senz’altro vero, ma ancora troppo imbevuti di un’ingiusta retorica risorgimentale. Questo ci impedisce di vedere il nostro Paese con occhi più neutri, e ci impedisce di trovare delle soluzioni efficaci alle nostre controverse dinamiche.

Il recente rapporto dello SVIMEZ ha dipinto un impietoso quadro del nostro mezzogiorno. Non più soltanto poveri e disoccupati. Questa volta anche a crescita zero: non si fanno più figli, cioè si sono perse le speranze, e ci si adagia su un limbo di profonda incertezza.

Cari lettori, arriviamo subito al dunque, tramite alcuni esempi: quando la Savoia s’impossessò della Sardegna, dopo tanti anni di dominazione spagnola, tra le varie politiche realizzate, inserì anche il disboscamento massiccio dell’isola. Con il legno sardo, si costruirono le traversine per le ferrovie di mezza Europa (e, paradossalmente, la regione Sardegna è uno dei territori peggio collegati dal treno!), Francia compresa, che mai si sognò di fare lo stesso con la vicina Corsica, tutt’ora ricca di un vasto e tutelato patrimonio boschivo. Ricordiamoci anche della più tragica conquista, ad opera dei Piemontesi: mi riferisco, naturalmente, al Regno delle Due Sicilie. Non è così noto che le riserve auree del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli siano state utilizzate per appianare i debiti di guerra dei Piemontesi stessi. E non è nemmeno molto noto che le celebrate vittorie di Garibaldi, molto spesso, non siano state sul campo, ma siano state “preparate” tramite una preventiva e capillare opera di corruzione di generali dell’esercito nemico. E’ ancor meno noto che, dall’unità d’Italia in avanti, i vittoriosi piemontesi al governo si siano serviti del Sud in qualità di colonia, comprando materie prime a prezzi stracciati, per poi rivendervi i prodotti finiti a caro prezzo. Senza tirarla troppo lunga, la famosa Questione Meridionale è una drammatica conseguenza delle politiche attuate dai suddetti “vincitori”, incancrenitasi e trascinatasi fino ad oggi.

Voglio essere particolarmente diretto: come può, dunque, l’Italia risolvere la Questione Meridionale, se prima non si riconosce che l’unica vera causa della Questione Meridionale è l’Italia stessa?

Abbiamo vissuto 20 anni di federalismo fittizio, basato sulle chiacchiere e su più o meno volgari semplificazioni dal sapore razzista. Adesso, quel trend è finito, e, con Renzi, stiamo percorrendo il binario opposto: si è attribuito il peso di sprechi e ruberie alla troppa autonomia degli enti locali. Per cui, per contrappasso, si è optato per l’abolizione (finta) delle province, l’utilizzo dei commissariamenti prefettizi e, soprattutto, un sistema monocamerale spurio, laddove è prevista una seconda camera che includa una vasta rappresentanza di consiglieri regionali. Si rafforzano, dunque, i poteri dello Stato Centrale (i più maliziosi vedono, in realtà, il rafforzamento del partito unico), pensando, in questo modo, di curare i mali dell’Italia. Ma, come dicevamo, il male è l’Italia medesima: se non ragioniamo su questo assunto, difficile sarà trovare una via d’uscita. Il massimo splendore italico si è avuto durante l’età dei Comuni. L’assenza di “italianità” fa sì che noi funzioniamo molto meglio in relazione a piccoli territori, verso i quali ci fidelizziamo, per i quali lottiamo e crediamo (siamo arrivati, addirittura, a concepire Asilo, un blog-rivista dell’Isola, piccolo quartiere di Milano!). Invece, non appena si utilizza la parola Stato, ecco che, subito, la mente ci proietta verso un terribile Leviatano, che ci vuole derubare, e, dunque, va derubato, cercando di trarne benefici di ogni tipo.

Non sarà la nuova Lega lepenista a controvèrtere questo immaginario tipicamente nostrano. Se non vogliamo tornare alla cartina dell’Italia pre-unitaria, dobbiamo, in ogni caso, immaginarci un territorio dove sono proprio i comuni (e le province) a farla da padrone, a discapito delle regioni, veri e propri baracconi dalla spesa facile ed incontrollata. Un’Italia “cantonale”, inserita in un contesto europeo totalmente rivisitato, può funzionare. L’Italia della Questione Meridionale no: proprio non funziona.

*il titolo dell’articolo è liberamente ispirato allo storico Canto dei Sanfedisti