Loving Bovisa

di Monica Paes

Mi accorgo che la scrittura non fa più per me. Quel vano tentativo di trattenere, fissare un momento, una sensazione, quel famoso scripta manent… La vita mi mostra che nulla permane.  Tutto cambia, sorprendentemente, fuori e dentro di noi. Quel gusto nel mettere nero su bianco le emozioni, le esperienze, le immagini, che mi ha sempre contraddistinto, se n’è andato.  Tutto vola, si sposta.  Alla fine, se è così, tanto vale parlare. Godendo dalla discesa del cavalcavia di Piazzale Lugano in bici, tornando a casa, penso a quando girando per l’Europa con uno spettacolo brasiliano, molto tempo fa, facevo acquisti per una futura casetta, tutta mia. Tutta roba cartacea. Manifesti, cataloghi di mostre, libri di ogni dimensione, cartoline. Scattavo fotografie e immaginavo di farne una carta da parati, di coprire le pareti di una intera stanza, ma anche forse tutte le pareti di quella mia presunta piccola residenza con le immagini di tanti posti, di mille paesaggi, viuzze, di tante persone incontrate sulla strada. Intanto ero felice come una pasqua di dormire ogni notte in una stanza d’albergo differente e un’altra parte di me diceva “mai mi voglio fermare, voglio viaggiare, vedere ogni luogo, imparare tutte le lingue, incontrare tante persone di tutti questi posti, quanto più diverse da me, meglio sarà”. E, quindi, in quale muro avrei attaccato tutta quella roba, che intanto appesantiva in modo impressionante il mio bagaglio?

Dall’alto del cavalcavia di Piazzale Lugano, sopra la ferrovia, guardando a destra, vedi il Bosco Verticale, i grattacieli, quel pezzetto di Nuovo Mondo che, da un momento all’altro, a Porta Garibaldi, si è offerto ai milanesi ed ai turisti che riempiono la città, per via dell’Expo. In piazza Aulenti sembra, sul serio, di essere nella parte ricca di una grande metropoli americana. E’ strano, per Milano. Milano cambia, addirittura Milano! Intanto sudo, che è il primo di settembre e fa caldo – meno male – la salita si sente e la mia bici non cambia rapporto.

Sono venuta a vivere in Bovisa l’ultimo primo di luglio. Quando si entra nella mia via, in fondo si vede, trionfante, il Gasometro. Stupendo, mi rapisce ogni volta. Ci ho messo un po’ a capire cosa fosse. A dire il vero ancora non sono sicura di averlo appreso bene. So solo che mi affascina. “E’ inquinato tutt’intorno, per questo ci sono queste sterminate aree non edificate”, mi ripetono, in tono di avvertimento. Mi piace lo stesso, o forse per questo, ancora di più. Estate di caldo record, ho portato qui le mie cosette in tanti viaggi, sulla mia simpatica pandina blu. Che fatica. E l’inevitabile Ikea? E via a montare librerie e scaffali, fuori quaranta gradi, dentro pure? Lo stesso, mi sono divertita parecchio nel vedere in giro per questo quartiere le studentesse del Politecnico, poco o pochissimo vestite. Da via Durando (dove si trova la stupenda sede dell’ateneo più “in” e internazionale di Milano) fino alla stazione del Passante, di ombra non ne trovi mezza. O sarà stata l’ultima moda? Mi viene solo ora il dubbio. Lo stesso, mi sono sentita subito a casa, perché, nella mia Rio de Janeiro, tutto l’anno, le donne e non solo le studentesse vanno in giro mezze biotte per via del caldo.

Il tram 2 non l’ho ancora preso. So di doverlo fare, perché il suo tragitto è di tutto rispetto e andare in tram a Milano è tornare indietro nel tempo, cosa sempre consigliabile per una romanticona come me. Intanto tutte, ma proprio tutte le volte che passo da Piazza Bausan, uno è lì, ad aspettare che mi decida. Una sicurezza, mi sembra: forse l’unica?

Ho cambiato completamente zona, dopo aver cambiato continente parecchio tempo fa e, alla fine, rispetto ai viaggi sognati in gioventù, ho, più che altro, volato Milano – Rio – Milano. Per il momento, che non si sa mai. Dopo trent’anni, rispetto agli acquisti di cui parlavo all’inizio di questo raccontino, ho in affitto quella casetta tutta mia. L’ombra, il verde che manca nelle vie che circondano il mio bilocale, si concentra all’improvviso e, quasi per miracolo, davanti alle mie tre finestre. Così come un’arietta sempre in movimento, tramonti e lune mozzafiato. Dalle finestre e balconi che si affacciano sul mio pianterreno, sento parlare lingue che non conosco, e, anche se non le capisco, tendo le orecchie, soddisfatta. Anche al mercato della domenica mattina, dove trovi la qualsiasi a massimo cinque euro, potresti essere chissà dove nel mondo. E’ un grande momento della Bovisa, la domenica mattina. C’è il bar-tabacchi che rimane aperto apposta, ed è pieno zeppo di famiglie di tutti i colori.

In questo momento, ho il pavimento della mia stanza tappezzato di cd che solo da due giorni ho iniziato a mettere in ordine. Lavoro di pazienza, che rimando ancora un po’, mettendomi a scrivere, perché sono una che le promesse cerca di mantenerle e Giordano pressa. Abrigo è il titolo di un album degli anni novanta di Marina Lima, autrice carioca della canzone omonima che fa da sigla alla mia amata Avenida Brasil. Lei l’ha chiamato così perché era in un momento difficile e non riuscendo a comporre, per registrarlo ha chiesto asilo/abrigo ad altri compositori, facendo, per una sola volta in tutta la sua carriera, solamente l’interprete. E’ un bellissimo nome per un blog, ed io sono stata felice di esser stata invitata a collaborare.

Quanto alla Bovisa, per concludere, è il luogo del mio primo abrigo/asilo/isola scelto da me e alla mia portata e misura. Non potevo che amarla, a prescindere, ancora prima di conoscerla.

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