Ragazze in salute

di Annalisa Scandroglio

Corro in casa. Il corridoio lunghissimo mi impegna nella scommessa di arrivare in fondo. I frammenti di piastrelle abbracciate mi fanno riflettere sulla struttura di alcune relazioni, preziose come lo stucco lucido che le unisce/mostra la divisione ma le fa brillare solo insieme. Non arriverò mai, in fondo. E affondo nel bordeauxverdebeige di tutti i passi che non ci sono più solo per dimenticare i miei. Arrivo in fondo invece e guardo nel fondo del piccolo tragitto.

Davanti alla porta di un bianco mal tinto da circa dieci mani e al vetro che aldilà non delinea alcuna sagoma, le piastrelle scompaiono e rimane lo stucco. Sorpresa! I miei piedi tentano di rimanere in equilibrio ed è quello il momento che aspettavo. Guardo il bianco della porta e smetto di sparire. Vedo i mobili nella stanza oltre al vetro scuro. Il letto disfatto, le magliette e le tue rose che appassirono appena le scegliesti. Povere rose. La loro consolazione erano le linee di sole che selvatiche si infilavano tra le tapparelle e le baciavano a testa in giù.

Io con la testa in su apro la porta e, in equilibrio, allago la stanza. L’acqua la lascio scorrere tutta e nuoto come in un naufragio esotico tra tutti i relitti. Mi avvicino alla finestra con due bracciate a delfino, lo stile che prova che sei stata una vera agonista a 15 anni. E sì, ti piace ricordarlo. Guardo le strisce luminose correre senza esitare tra i vetri e le tapparelle, le stesse che prima sfiorivano sui bordi secchi delle rose e che ora sfiorano le ossa delle mie ginocchia a punta. E quando capisco che il sole cambia gusti decido di girare la maniglia di finto ottone.

Dalla finestra un fiume vecchissimo scivola via pesando sui muri del secondo piano al numero 21. Io rimango nella stanza. Vuota e bagnata. Era ora! E allora, mentre il sole ha già scelto su di me il suo nuovo punto preferito io non cambio gusti e lascio che mi asciughi.

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