Una riflessione a caldo

Petit Syrien, illustrazione di Ulys, tratta da Clique.tv http://www.clique.tv/contributeur/ulys/

di Martina Travia

Mi devasta immaginare il dolore di queste persone. Mi sconvolge il fatto che, in tanti, non siano neppure in grado di indignarsi. E’ raccapricciante il fatto che, dalle nostre comode case, siamo solo in grado di esprimere, ad alta voce, giudizi e condanne. Un nuovo olocausto si sta imponendo e noi gli facciamo spazio, come a dire: “Prego si accomodi pure, dove meglio crede”. Eppure, la storia avrebbe dovuto insegnare, scuotere, reinventare.

Va oltre lo schierarsi da una parte o dall’altra. Va oltre la becera mentalità di chi riesce a sforzarsi di porgere lo sguardo negli ipocriti confini del proprio giardino. Un ragazzino, al microfono di un cronista, porge la soluzione a tutto questo sconcertante delirio. E’ semplice, e cosi tremendamente fredda, efficace: “Stop war”.

Ma come possono uomini chiusi nei loro recinti a fermare una guerra da loro stessi generata? Sarebbe come chiedere ad una madre di uccidere il proprio figlio. E questa contraddizione, occultata dal finto perbenismo dilagante, è come un veleno dagli effetti imprevedibili. Un recinto per campi profughi. Una gabbia dalla quale si serve un pasto. Un binario. Una destinazione sconosciuta. Una paura. La disperata paura di non sapere nulla del proprio destino. Un diritto d’asilo giunto troppo tardi. Un uomo. Una donna. Tanti uomini e tante donne. Tanti bambini. E il futuro che muore. Ancora una volta non abbiamo imparato nulla.