Noi, Porci con le Ali

copertina originale di Pablo Echaurren

di Giordano Di Fiore

E fu la volta di Porci con le Ali, il bel libro di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice. Il vuoto politico, la desolazione, il riflusso, da lì a poco. La sinistra delle infinite riunioni, intossicate dai dissidi e dal fumo di sigaretta aveva rotto i coglioni. Da un lato il piombo, dall’altro i soldi. In mezzo, una generazione allo sbando. Quella degli Andrea Pazienza, e dei tanti ragazzi rimasti in mezzo al nulla. Tossici, yuppi, paninari, rampanti, disillusi, edonisti, individualisti, e così via. Questa generazione, abbozzata negli anni ‘70 e concretizzatasi negli anni ‘80, è poi la stessa generazione di quelli che, oggi, comandano, ma, ieri, si sono formati. Cresciuti a suon di Rambo (Rocky, Rambo e Sting, cantava Venditti in una delle sue più brutte canzoni), militarizzati dalle televisioni private, dal mito dei soldi facili e del successo, avevano poche chance per portare avanti valori sociali, con la stessa genuinità delle generazioni precedenti.La retorica, i partigiani, i fascisti, i tedeschi, la guerra, la fame non potevano resistere alle concupiscenti tentazioni del divertimento, del lusso, della figa (o altri organi, dipende dal sesso, e dai gusti). Porci con le Ali fu solo l’inizio, convulso, tormentato, contrastato. Poi, furono le tette di Tini Cansino al Drive In, o fiumi di eroina, per quelli che non riuscivano ad uniformarsi e a riconoscersi (o, semplicemente, provavano a cancellare il senso di colpa con lo sballo). Passarono gli anni e fu ancora peggio: dopo l’Aids, arrivarono gli anni ’90 ed i venti della Restaurazione. Capite perché Gaber, con le sue gelide sintesi, scrisse e cantò Destra-Sinistra, neanche troppo tempo fa (qualche lustro).

La storia, peraltro, è ciclica, come concettualizzò qualche antico greco, e come potrà essere constatato oggi giorno da qualche greco moderno, e non solo. Già, perché non è certo la prima volta che i socialisti si negano, si rinnegano, si contraddicono, si trasformano. E’ successo allo scoppio della I guerra mondiale, è successo a Bad Godesberg, sta succedendo oggi. E non è interessante, in questo momento, ripetere il refrain tanto in voga: Tsipras, ingenuo ed impreparato. Vorrei, per un attimo, andare oltre, provando a riavvolgere il nastro della ciclicità storica, e tornare, così, per incanto, alle vecchie sezioni fumose. Mi chiedo, come allora: chi ha voglia, oggi, di mettersi in discussione? Ed ancora: qual è l’orizzonte odierno per il socialismo? Sì, proprio quei temi da sega mentale, quel voler discutere a tutti costi dei massimi sistemi, quel modo di essere inconcludenti ed improduttivi, tanto caratteristico da venire odiato e rifuggito, talvolta schernito.

Fate tre passi indietro con tanti auguri, recita il Monopoli nel mazzetto degli imprevisti.Fate tre passi indietro con tanti auguri

Bene: noi ci proviamo, a costo di apparire vetusti e fuori moda. Abbiamo lasciato il Papa da solo, a parlare contro il capitalismo. Da un lato è positivo che una delle istituzioni più potenti e controverse lanci dei messaggi così radicali. D’altro canto, è altrettanto tragico che il socialismo contemporaneo vi abbia rinunciato. Per questo, dobbiamo ricominciare a guardarci dentro.

La prima e più importante svolta revisionista fu l’abiura dell’ipotesi rivoluzionaria. In fondo, la stessa teorizzazione del socialismo in un solo paese ne fu premonitrice. Il rifiuto del marxismo, come strumento di analisi, arrivò di conseguenza. Con il passare degli anni, si intuì che il conflitto di classe non avrebbe più fatto trionfare il proletariato: semplicemente perché il proletariato non esisteva più. Pian piano, si trasformò in classe media. E, come si può indovinare, le istanze e la propensione al cambiamento della nuova borghesia operaia divennero molto più contenute. Da Bad Godesberg in avanti, da comunismo a consumismo il passo fu piuttosto breve, e senza troppi rimpianti.

Come scrivevo prima, le élite oggi al potere, ed, in ogni caso, i maggiori esponenti dei partiti socialisti occidentali sono figli di questo contesto storico. Oggi, però, ci rendiamo conto che, con tante, e veloci, trasformazioni, qualcosa è andato storto. Ci accorgiamo, per esempio, che il termine democrazia è divenuto una sorta di parola cosmetica, che nasconde un mondo globalizzato e dominato dalla finanza. E, tornando ancora alla Grecia, ci accorgiamo di come i nostri egoismi abbiano prevalso su qualsiasi istanza di solidarietà e cooperazione.

Il marxismo sottolinea come, per colmare gli squilibri, sia necessario riorganizzare i rapporti di produzione, in modo che non sia il profitto a dettare legge, ma le reali esigenze delle persone. I teorici della decrescita sottolineano come, per preservare il quantitativo limitato di risorse presenti sulla Terra, e, per evitare una catastrofe ambientale, si debba completamente invertire il concetto positivista di progresso. Il progresso non coincide più con l’aumento della produzione (PIL), ma, paradossalmente, ne prevede una diminuzione (la cosiddetta decrescita felice). Che si tratti di “qualità della vita”, o di analisi dei rapporti di forza, si torna sempre allo stesso punto: il modello classico di massimizzazione del profitto crea squilibri non più sostenibili.

Ed allora, è qui che deve entrare in gioco la cosiddetta base (i circoli di partito, le associazioni, i movimenti, ecc.), che, fortunatamente, è ancora ben presente e radicata sul territorio, e mettere al servizio di tutti alcune qualità, spesso considerate “impure”, in quanto non ortodosse: la creatività, l’istinto, l’astrazione. In fondo, il socialismo del secolo scorso ha fallito in questo. Ha presentato dei paradigmi già pronti, dei meccanismi automatici ed ineludibili, lasciando pochissimo spazio ad una reale crescita personale di consapevolezza. Per cui, intrappolati dalle morse della pianificazione, i porci con le ali hanno ceduto la loro originale forza creativa ai fragili feticci imposti dal consumo. Sì, il capitalismo irresponsabile ha creato falsi miti, che hanno progressivamente sostituito la fantasia, tramite transfert imposti dalla pubblicità e dai meccanismi perversi dello status symbol (che si basano scientificamente sul nostro bisogno di competizione, legato all’istinto di sopravvivenza).

Oggi, abbiamo bisogno di andare oltre, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo al di là del nostro dito, c’è bisogno che la partecipazione torni ad essere una variabile determinante. Per questo, dobbiamo trovare il coraggio di sognare ad occhi aperti,  ed avere la forza creativa ed irrazionale dei bambini. Cominciamo ad interrogarci a ruota libera (gli inglesi userebbero l’espressione brainstorming), per chiederci, ancora una volta, e senza troppe pretese di dare delle risposte complete ed esaustive: come vorremmo questo mondo? Da qui, da questa fioritura di idee non troppo concettualizzate, si potrà ripartire, senza tabù, senza schemi e preconcetti (in Italia ne abbiamo molti, il Risorgimento, la Questione Meridionale, ecc.). Torniamo a costruire una politica, ed una sinistra, che sia in grado di ripensare il mondo: anche nelle piccole cose, nelle attività di quartiere, nelle battaglie quotidiane sul territorio, è fondamentale avere in mente una visione di lungo periodo. Ed elaborare, di conseguenza, delle strategie. Altrimenti, tutto diventa meccanico, poco stimolante, e si finisce con l’impigrirsi, o vendersi al miglior offerente.