Ciclisti della Politica

di Stefano Indovino

Era il 27 luglio 1998, in questo stesso periodo, quando un bambino di dieci anni rimase incollato al televisore perché un ragazzo, all’anagrafe Marco Pantani da Cesenatico, sotto una pioggia fitta, in piedi sui pedali, mani ferme sulla parte più bassa del suo manubrio, sguardo fiero rivolto verso la cima del Col du Galibier, protetto dalla sua bandana da pirata, raccontato dalla voce di Adriano De Zan e Davide Cassani, andava a vincere la 15° tappa del Tour de France, staccando Jan Ullrich ed indossando la maglia gialla, che avrebbe poi indossato sul gradino più alto del podio a Parigi.Da quel giorno non ho più smesso di seguire il ciclismo. Uno sport che raccontando se stesso racconta della vita. Di cosa c’è nel profondo dell’animo dell’uomo.

La politica ha sempre fatto parte della mia vita. I telegiornali RAI guardati la sera insieme ai miei genitori, rigorosamente commentati; grandi discussioni a ogni pranzo di famiglia, da che ho memoria, rappresentazioni plastiche delle divisioni della sinistra in Italia; gli anni delle superiori vissuti con l’ingenuità e la veemenza di un adolescente, impegnato come rappresentante d’istituto; l’iscrizione al Partito Democratico, i viaggi verso il circolo insieme a mio nonno che custodirò sempre da qualche parte nel cuore; l’emozione della prima campagna elettorale e l’elezione in Consiglio di Zona, con la sua altalena di soddisfazioni e frustrazioni. 

E la convinzione, acquisita nel corso di questi anni, che la politica, avendo a che fare con la vita delle persone, volenti o nolenti, sia l’attività umana in grado di tirare fuori il lato più luminoso e quello più oscuro di ciascun uomo.

Dopo il 1998 c’è stato il 1999. Gli scandali. Le accuse di doping. Il ritorno prima al Giro e poi al Tour, con quello sfondo lunare che è il Mont Ventoux a far da cornice alla sfida con Lance Armstrong, quasi che fossero in un’altra dimensione. Con gli occhi del pirata che raccontavano di un vuoto dentro incolmabile e le gambe, sfiancate dagli occhi, che non riuscivano più a scattare per staccare gli avversari. E poi lo scandalo di Ivan Basso, di Riccardo Riccò, di Leonardo Piepoli. E di Lance Armostrong.

La poesia di uno sport che mette l’uomo di fronte ai suoi limiti frantumata dal tentativo dell’uomo di scappare dalle proprie debolezze, dalla paura dell’anonimato, dalla sconfitta. Dalla continua tentazione, la mela di Adamo ed Eva, di trovare una scorciatoia per evitare di fare i conti con quello che abbiamo e non abbiamo dentro.

La politica cammina sulle gambe degli uomini. Nel senso che sono gli uomini a farla, con il loro carico di grandi slanci ideali e piccole bassezze. Non è semplice portare il carico di scelte talvolta difficili da compiere. Non è semplice trovare l’equilibrio giusto fra alcune minoranze chiassose e la maggioranza silenziosa. Non è semplice continuare a fare i conti con la voglia di coltivare la propria ambizione e la necessità di essere uomini e donne al servizio. Servono spalle larghe e un continuo ancoraggio ai propri princìpi, quelli che ti hanno portato a metterci la faccia, anche quando la prendono a schiaffi (figurati). Eppure le difficoltà sono compensate dalla straordinaria bellezza che si produce quando ci si prende cura del bene comune. Come dice Papa Francesco, la politica è una delle forme più alte della carità. 

La bellezza di un servizio così importante troppo spesso dopata dalla ricerca dei propri interessi personali. La scorciatoia del denaro per sé che delegittima l’impegno costante per garantire risposte concrete ai bisogni di tutti. Il baratro interiore di uomini senza scrupoli che tradiscono un patto di fiducia con i loro elettori, preferendo il proprio portafoglio alla propria credibilità. La legittima ambizione di voler cambiare in meglio le cose vituperata dal narcisismo del proprio ego.

In fondo fare politica significa scegliere fra quell’essere o non essere Shakespeariano che, con l’ausilio di uno specchio, ti costringe a guardare te stesso scegliendo da che parte stare, alla ricerca di un continuo equilibrio che t’impedisca di staccare il piede dal pedale per metterlo a terra, arrendendosi alla parte peggiore di sé.

Nonostante tutti gli scandali, il ciclismo è vivo. Perché ha saputo darsi regole ferree e tentato di riguadagnarsi la credibilità perduta. Perché quando uno di quegli eroi sceglie di correre verso il proprio destino tentando di staccare gli altri si ferma il tempo e si scaldano le emozioni. Perché quando finiscono le gambe si pedala con il carattere, la testa e il cuore, dipingendosi smorfie di fatica sulla faccia che hanno il sapore dell’epica. Perché la generosità dei gregari che sacrificano le loro ambizioni per il proprio compagno di squadra, macinando Kilometri dalla testa del gruppo alle ammiraglie per recuperare le borracce per tutti, è quasi commovente. Perché rende esplicito il fatto che per superare i propri limiti c’è la necessità di fare gioco di squadra.

Perché ci sono le salite e le discese, le cadute rovinose e la capacità di rialzarsi e finire la tappa, le crisi di fame e le coraggiose fughe da lontano, i consigli dei direttori sportivi e l’estro dei campioni, la capacità di stare a ruota di un compagno per essere protetti dal vento e la necessità di fare la differenza, la sportività racchiusa nell’eleganza di un gesto, il passaggio di una borraccia ad un tuo avversario, e la necessità di guardarlo negli occhi e nell’anima per capire se le sue gambe reggeranno all’attacco successivo.

Il ciclismo è vivo perché c’è la vita. Perché c’è la storia. Perché c’è l’uomo.

La politica ha perso per strada il bene più prezioso. La sua credibilità. Perché domandare alle persone di votarti significa chiedere loro di compiere un atto di fiducia. E la fiducia ha in qualche modo a che fare con l’amore. E quando si tradisce ripetutamente la capacità degli uomini di affidarsi gli uni agli altri si crea un campo minato delle emozioni. Che genera rabbia e delusione. E allora serve che in tanti, con la propria energia e le proprie idee, si rimettano in gioco, buttando il cuore oltre l’ostacolo. Abbiamo di fronte una lunga salita per restituire dignità al tentativo di prenderci cura del bene comune. Abbiamo bisogno di una squadra. 

Perché fare politica significa compiere un delicato gesto d’amore verso il futuro.

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