Una rete per le Periferie

di Stefano Indovino

In questi quattro anni passati in Consiglio di Zona 9, ho toccato con mano la difficoltà con cui le istituzioni arrivano alle tante periferie esistenti nella nostra società. Sono periferie che spesso si sommano una all’altra, in cui quartieri cosiddetti dormitorio diventano non luoghi nei quali solitudine, emarginazione sociale, egoismo, fanno pericolosamente saltare il tessuto sociale.La questione, che potrebbe essere declassata da tanti come secondaria, in realtà in città come le nostre diviene fondamentale. Come scrive nell’enciclica Laudato Si’ Papa Francesco:

Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza. Tuttavia mi preme ribadire che l’amore è più forte. Tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo.

Ecco allora che l’amministratore pubblico, soprattutto se fa parte di una istituzione come il Consiglio di Zona, così vicina ai cittadini, ha l’obbligo di percorrere strade che sorreggano quei percorsi che sono in grado di rompere le pareti della diffidenza e della paura.
Il tema del rispetto delle regole, certamente fondamentale affinché non si rompa il patto sociale fra cittadini, da solo non si concretizza in una risposta che sia in grado di risolvere di per sé il problema. Il tema della sicurezza e, soprattutto, della sua percezione, che come un sinusoide ritorna in primo piano a seconda delle esigenze politiche del momento, deve essere posto in maniera corretta se lo si vuole affrontare in modo serio e non strumentale.

È inimmaginabile che ci sia un agente di polizia per ogni situazione di degrado o pericolo, è inutile posizionare telecamere ad ogni angolo. Sono convinto del fatto che un implemento delle forze di pubblica sicurezza sia indispensabile, soprattutto in una città come Milano in cui da quasi un decennio gli organici non sono sufficienti. È tuttavia altrettanto importante compiere un lavorio continuo, quasi culturale, affinché si crei una cittadinanza attiva, che si faccia promotrice di un controllo solidale del territorio, in grado di “prendersi cura” dei propri spazi.

Se riuscissimo a percorre questa strada avremmo già fatto un grosso passo avanti. Ciò non significa istituire pseudo ronde o farsi giustizia da sé. Significa ricostruire un meccanismo che in questi anni si è rotto, per cui i cittadini diventano il primo presidio di sicurezza e le forze dell’ordine sorreggono questo sforzo con una maggiore capacità comunicativa e di confronto.

È molto più semplice distruggere una rete di persone che crearla. In questi anni abbiamo cercato in modi diversi di costruire innanzitutto momenti di socialità che consentissero alle persone di provare ad abbattere i muri della diffidenza, creando occasioni di dialogo.

Sono sempre più convinto che abbiamo l’urgenza, anche per il periodo complicato che stiamo vivendo, di tessere reti fra le svariate realtà esistenti, fra quelle agenzie di comunità che spesso pervadono il tessuto sociale e che potrebbero vedere i loro risultati crescere in modo esponenziale se solo riuscissimo a creare dei vasi comunicanti. E chi meglio delle istituzioni, che devono tornare ad essere case di vetro, trasparenti, può svolgere questo ruolo di connessione fra associazioni, oratori, commercianti, scuole, comitati?

In quest’ottica una riforma così istituzionale e fredda come può apparire quella del decentramento, avviata in questi mesi, che prevede di istituire al posto dei Consigli di Zona delle vere e proprie Municipalità, diventa uno snodo strategico per avvicinare le istituzioni ai problemi, metterle nelle condizioni di misurarsi da vicino con i cittadini, avere maggiori strumenti pe rispondere ai quesiti senza creare frustrazioni, generare processi di partecipazione attiva.  Mettendo, come stiamo provando a fare, la questione delle periferie al centro della nostra attività, che poi significa mettere al centro i disagi dei cittadini, in ciascuna delle forme in cui si possono manifestare.

Con l’obiettivo di risolvere insieme i problemi che una città come Milano inevitabilmente crea, ma con la consapevolezza che le energie a disposizione sono in grado di creare occasioni di miglioramento delle condizioni di ciascuno. Insieme.

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