Hanno ammazzato Pablo

di Giordano Di Fiore

Hanno ammazzato Pablo, ma Pablo è vivo, recitava Francesco De Gregori nel 1975, esattamente 40 anni fa. Oggi, invece, Pablo è morto, così certificano le carte. Già, perché, vedete, cari lettori: non è più, o meglio, non è solo un problema di moralità, di smarrimento dell’etica, di cattivi costumi, di corruzione, di mafia. Quando muore un’ideologia, la terra trema. La crosta si spacca in mille crepe, e risucchia tutto quanto c’è al di sopra.

Il 900 non è soltanto il secolo della società di massa: è anche il secolo del Socialismo. Teoria politica, teoria economica, prassi, stile di vita: tanti concetti, evocati da una sola parola. Ed immagini: il sol dell’avvenire. Il progresso, l’idea di riscatto affidata al futuro: il sacrificio votato, un giorno, ad un mondo migliore. Non importa quando, non importa chi: ciò che importa è che, di certo, sarà così.

Mio nonno mi diceva che bisogna studiare, per non farsi mettere in piedi in testa. Lui si era fermato alla III elementare, il lavoro nei campi non gli permise di andare oltre. Poi, ci fu la guerra, la prigionia, il sacrificio e la sofferenza. Ma ci fu anche il comunismo, come possibilità concreta di cambiamento, e di lotta. Lo ricordo, già anziano, preparare i discorsi per la sezione Fornasari, in cui militava, a Milano, in Via Civitali. Quanta dedizione, e quanto sforzo. Quanta passione, e quanta fiducia.

Ricordo mio padre cambiare il mondo, insieme ad altri compagni, seduto al tavolo di cucina.

Ma, con la morte di Pablo, in sordina, senza neanche i funerali, anzi, tutto sommato, con qualche malcelata soddisfazione, ne è morta proprio l’idea stessa: Weltanshauung, dicono i tedeschi in un’unica, lunga, parola, visione del mondo.

Non è necessario che la visione sia strettamente socialista: nel corso della storia dell’umanità, e del suo pensiero, si sono succedute tante scuole, tante idee, tante visioni. Il problema è che l’onda lunga del reflusso ha partorito il pensiero debole, e da lì, piano piano, gli occhi si sono appannati, il mondo vittima di una cataratta collettiva. Nessuno si azzarda a pensare il mondo: si naviga a vista. Spesso, si va a sbattere.

I profeti della new age da tempo hanno rimpiazzato le ideologie, suggerendo una visione olistica, d’insieme. Se ne parla spesso, quando si discute del mal di stomaco, o del mal di schiena. Si consiglia di guardare al corpo umano come ad un tutt’uno, collegato con la mente, anziché soffermarsi sul singolo pezzettino. Quando invece si esce dal giardino di casa, ci si dimentica dell’olismo, e ci si ferma, spesso, al proprio portafoglio. Al massimo, si arriva a considerare il portafoglio dei propri figli. I confini del mondo finiscono lì.

Per la verità, qualcuno si ricorda ancora quanto sia grande la nostra mente, e quanto sia infinito lo spazio. Il papa, ad esempio, in controtendenza, scrive un’enciclica mondialista, ed ecologica, esortando il superamento del capitalismo in funzione di sistemi economici maggiormente compatibili con l’ambiente, ed esortando a vivere con moderatezza, in modo che tutti possano ricevere qualcosa, pur in un contesto di risorse complessivamente limitate.

Però, basta sentire l’attacco fatto da Salvini per capire come, oggi, vengano vissute le riflessioni papali: come fosse un vecchio genitore, che ti dice “ricordati di tornare presto””..si papà non ti preoccupare” – quando va bene – altrimenti “papà, non rompere i coglioni”.

Per carità, nessuna nostalgia di teocrazie o assolutismi: la secolarizzazione delle chiese e delle ideologie non può che essere un bene. Ci dà la possibilità di essere più obiettivi.

Eppure, ho parlato poc’anzi di appannamento della vista. Perché, questa è la cosa più strisciante e subdola che sta caratterizzando la nostra contemporaneità. L’uomo, comunque, ha bisogno, consapevolmente o meno, di essere sorretto da un credo, per sopravvivere alla sua intrinseca mortalità.

Se, come si diceva, nel 900 si sono succeduti differenti credo, di grande intensità, fino ad arrivare al dio denaro del reaganismo, oggi, in verità, c’è un nuovo credo strisciante. E’ quello della interconnetività digitale.

Avete presente il motto di Vodafone, tutto intorno a te?

Bene, l’era digitale ha diffuso capillarmente questo credo, ipercontemporaneo, iperrealista, basato però su un paradigma falso.

Il paradigma è che basti un digital device (telefonino, o chi per lui) per sentirsi parte del tutto. Questa è la nuova visione del mondo.

Prima di proseguire, vi invito anche ad approfondire questi due spot,

2004 (https://www.youtube.com/watch?v=YqoEo72wucM) – non c’è ancora lo smartphone – ancora molti riferimenti alla comunicazione degli anni 80

2015 (https://www.youtube.com/watch?v=Ct23QifUE4I) – la meraviglia, lo stupore, la quotidianità (non più intorno a te, ma parte di te)

Il problema è che questo è un mondo digitale, fatto di bit. Dunque, è un campionamento del mondo reale, ma NON E’ il mondo reale. Naturalmente, tutti i sistemi di comunicazione di massa hanno da sempre avuto questo obiettivo: riprodurre il mondo, per poterlo modificare a proprio piacimento.

Ma, nonostante abbiano fatto la storia di alcune guerre mondiali, non sono riusciti ad essere così pervasivi come il “tutto intorno a te”, ricordato sopra.

Su alcuni recenti articoli di ASILO, si torna frequentemente al tema della partecipazione, ma si parla anche della capacità evocativa dei nuovi media, capaci addirittura di generare oblio, una sorta di nirvana telematico.

Non siamo luddisti, non vogliamo spaccare le macchine, né vogliamo portare indietro le lancette dell’orologio: per il momento, non siamo in grado di modificare lo spazio-tempo.

Sempre De Gregori, omaggiando Pasolini, scriveva “dentro le ascelle dei poveri a respirar”.

Andare in Stazione Centrale a respirare può essere scomodo, sgradevole. Però, l’interconnettività digitale ha ancora un limite, che è il nostro margine di salvezza: non è in grado, al momento, di campionare, riprodurre e diffondere gli odori (ci stanno provando da parecchi anni, ci riusciranno).

Quindi, respirare dalle ascelle dei poveri ci potrà attestare, innanzitutto, che siamo vivi. Che siamo fatti di pelle, sangue, ossa, carne, ormoni e odori. E questa comunanza olfattiva potrà risvegliare un senso di fraternità che, pur sopito a dismisura, è parte del nostro DNA, e ci consentirà nuovamente di poter pensare al mondo, ed a noi stessi, in una nuova ed antica prospettiva.

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