Pomeriggio allo Smeraldo (anni ‘70)

di Primo Carpi

Nella platea gremita di studenti, militari in libera uscita, pensionati, si potrebbe sentire volare una mosca. Sulla scena, il dialogo tra i due comprimari va avanti già da qualche minuto ed è entrato nella sua fase più drammatica. “E il bimbo insiste e chiama: mamma! Mamma!”  “Povero bimbo, e poi, e poi ?” “Fuori un temporale incredibile! Tutto il piccolo appartamento, buio, viene squarciato dalla luce dei lampi. Il bambino chiama e piange!” “E’ tremendo, ma allora …” “Il bambino non resiste, apre la porta della camera. Fuori sta succedendo di tutto!” “Sto malissimo! Apre la porta e …” “il bambino apre la porta, piano, piano, e continua a chiamare sempre più forte : Mamma!  Mamma! Mamma! Si avvicina al letto e …” “La mamma è mmmortaaa!”  “No, la mamma è sorda!” Il teatro viene giù dalle risate. La spalla impreca e con un gestaccio manda a quel paese il comico, che si finge costernato e stupito per tanta reazione. Tornano le luci in sala e l’orchestra nella buca attacca uno sfrenato “Dove sta Zazà ?”.

Siamo a buon punto. La compagnia ha già dato il meglio di sé. Ballerine, clown, anche un prestigiatore. Perfino uno spogliarello, integrale. Lo stesso comico della mamma sorda ha già fatto il numero della lettura del giornale. Ogni notizia un commento salace, uno sfottò al limite della decenza.  Tutto il repertorio. Da “l’erode al treno” parlando dei reali di Inghilterra, al “sarò muto come una tromba” parlando di un politico che giura di tacere.  Ce n’è stato per tutti. Più per la parte al governo che per l’opposizione, a dire il vero. Ma il pubblico ha riso e urlato in modo assolutamente imparziale.

E’ stato un gioco da ragazzi, per una volta, anticipare l’uscita dal lavoro di un paio d’ore. Due appuntamenti consecutivi, uno reale ed uno finto. Ed eccomi qua. Prenderò il treno alla solita ora per Rho, ma ora sono qui allo Smeraldo. Un pacchetto tutto compreso che prevede un film, la rivista, un altro film. Questo nel pomeriggio, dalle quindici alle diciannove e trenta.  Replica per la serata. Ho perso il film d’inizio … Perderò anche quello conclusivo. Pazienza!

La platea e la balconata sono quasi esaurite. Quasi tutti uomini, ma una percentuale neanche troppo esigua di Lucie stanno solidamente attaccate alle costole dei loro Renzi. E’ un preciso dovere quello di  seguire il proprio uomo, su ogni terreno.

Popcorn e arachidi, urla e gesti marcati quando le luci sono accese e i militari si riconoscono e si chiamano in tutti i dialetti della penisola.

Le luci si riabbassano. La spalla di prima, che è poi il bello della compagnia anche se continuamente canzonato dal comico perché non è peloso come un vero uomo, presenta il secondo spogliarello. La ragazza, che poi così ragazza non è,  ma è proprio graziosa, ha un inverosimile nome inglese (invento, Betty Dream) ed è reduce da improbabili tournèes. La musica che poi comincia ad accompagnarla è invece quella di una canzone francese molto bella, molto sensuale. Guardo anch’io, naturalmente, ma ogni tanto sbircio le centinaia di visi che galleggiano nella semioscurità. Di tutti i tipi. I più giovani sono attenti, ma non proprio ipnotizzati. Concentratissimi invece gli adulti. Commoventi gli anziani. Cade l’ultimo indumento, sfilato quasi in fretta dopo una successione infinita di penultimi indumenti, fatto roteare con l’indice per dar modo a tutti di vedere bene, poi buttato a terra con nonchalance prima di un ultimo inchino verso la platea in delirio e una rapida fuga da cerbiatta dietro le quinte.

Tutti urlano, tutti chiamano la Betty, c’è un momento di sbandamento generale. Ma solo un attimo. Entrano quattro, otto, dodici ballerini, maschi e femmine e cominciano a tangheggiare. Il cantante, che poi è la spalla, che poi è il bello della compagnia, comincia a maledire la malafemmina che lo deride passando da uno spasimante all’altro. La storia viene fedelmente ripetuta dal corpo di ballo, che la moltiplica in tante coppie di amanti infedeli-gelosi che si lasciano e si ritrovano sempre più freneticamente. Fino a che un colpo di pistola chiude la partita. Il pubblico si è calmato.

Due cantanti adulte, anche un poco vetuste, entrano festeggiatissime indossando costumi regionali non ben definiti. E’ il momento delle canzoni popolari, da “Vola colomba vola” a “Funiculì funiculà”. Tutta la sala ora canta, guidata dalla più anziana delle due che è letteralmente adorata.

Canto anch’io, tenendo d’occhio l’orologio. Comico e spalla entrano per prendere congedo. Ringraziano e blandiscono il pubblico e intanto, con continui soprassalti di applausi, escono tutti gli artisti della serata. Facendo alzare mezza fila, comincio a guadagnare l’ingresso, ma, improvvisamente, c’è un arresto nel lasciarmi passare e tutto il teatro ha un boato. Forzo un poco, approdo finalmente in corridoio e guardo anch’io. Ballerine e stripteuses si sono avventurate, ovviamente con i loro abiti da lavoro,  sulla passerella che dal palcoscenico si spinge sino alle prime file della platea. E’ una bolgia spaventosa. Decine, centinaia di visi guardano avidamente in su e un numero doppio di mani cerca di sfiorare qualcosa.

Poche centinaia di metri e dall’umanità eccitata dello Smeraldo passo a quella stanca e già pre televisiva dei pendolari della stazione Garibaldi.

La moglie appena mi vede comincia a lamentarsi per le marachelle dei figli, ma poi si interrompe. Guarda perplessa ed un poco sospettosa la mia faccia, probabilmente meno ingrugnita del solito. “Ma a te come è andata ?” chiede.  “Non parliamone, guarda, non parliamone. Doppio lavoro, oggi. Una giornataccia. Passiamo oltre!“